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L’ultimo arrivato

la copertina di Loveboy Lovejoy

Estate con JJ

 

 

E così finalmente è arrivata l’estate. Un caldo, a Torino! Ma io ristagno nella nebbia fredda di Dublino. Che cosa deve leggere una scrittrice? Quest’estate, tutto Joyce, anche l’indigeribile. Non ricordo di aver letto niente mai, di Joyce. Forse qualche racconto, tanto tempo fa. Spaventata da tutti quelli che dicevano: è impossibile, non si capisce niente, troppo difficile, fa venire il maldistomaco. Allora comincio piano piano, con Ritratto dell’artista da giovane. Proseguo con i racconti Gente di Dublino e poi…

Maggio 

Le rose chinano il capo

per baciarmi i piedi insanguinati.

Scalza cammino sopra il sentiero

che porta alle velate colline

dell’infanzia struggente.

A piedi nudi lo percorro

perché voglio che la terra

mi entri dalle radici

e per osmosi risalga fino ai capelli.

Solo la terra può non tradirmi mai.

Eccomi nella radura

dove guardando il cielo

ero solita riposarmi.

Distesa contemplavo

la mia giovane vita

e dietro le nubi a cumuli

intravedevo il futuro.

Ora è trascorso qualche anno

ma ancora qui mi fermo,

schiena a terra, a domandarmi

perché

perché le rose sono fiorite

anche quando io non c’ero.

Il tempo non si è fermato mai,

qualche luminosa particella

mi ha dato l’illusione.

Non c’è tregua

e niente ferma questa giostra

da una costellazione all’altra

da un’estate all’altra.

Ma quando sarò morta

sarà qui che vorrò tornare,

a piedi nudi, per vedere

se ancora sono fiorite

le rose selvatiche.

Nuovo arrivato…

La meravigliosa storia della vite e del vino, un libro per bambini illustrato magnificamente da Rosetta Avalle, è finalmente uscito. Siamo molto soddisfatte del nostro lavoro. La storia è piacevolissima, i disegni incantevoli.

La meravigliosa storia della vite e del vino

Il libro però non si trova in libreria, perché ci è stato commissionato da una grande casa vinicola. Chi desidera acquistarne una copia, deve rivolgersi direttamente a me e io gliela farò avere.

No, R. non è morta. Bene. I cento anni si avvicinano di un giorno in più. Un giorno alla volta.

-Come ti senti oggi? Un po’ meglio?

-Mah…

-Come stai?

-Sto a letto.

Anche se è senza voce, anche se ancora ha la tosse, anche se persiste qualche linea di febbre, non perde la voglia di fare la simpatica.

-Vedo che sei a letto. Ma come ti senti?

R. bisbiglia qualcosa che non capisco. Mi avvicino. La laringite l’ha privata di quel filo di voce che ancora possedeva.

-Sono stanca.

-Hai avuto la febbre, ti stanno dando l’antibiotico, ti fanno le flebo, certo che sei stanca.

-E allora adesso mi porti al camposanto?

-No. Non posso portarti viva al camposanto. Prima devi morire. La successione è questa, non c’è niente da fare. Tu muori, dopodichè ti portiamo al camposanto.

-E quando muoio?

-Non lo so; siamo tutti nelle mani di Dio.

Dopo queste mie ultime parole, R. cerca di farsi il segno della croce. Ma non riesce ad alzare il braccio. L’aiuto a completarlo. La sento bisbigliare: -E liberaci dal male.

Ha gli occhi chiusi. La lascio riposare.

in Istituto, sulla sedia a rotelle

Domenica sera sono arrivata in Istituto e ho trovato R. sulla sua sedia a rotelle, in sala da pranzo, completamente riversa all’indietro. Mi sono preoccupata. La signora Franca, che stava tenendo compagnia alla madre, mi ha confermato che qualcosa non andava. Ho chiamato Piero, l’operatore, e gli ho chiesto per favore di misurarle la febbre e di metterla a letto. Aveva 38, sotto l’ascella. Non parlava. Tossiva. Una tosse terribile. In poche ore R. è precipitata in un disastro fisico. Mi hanno confermato che fino alla mattina stava bene. Infatti l’avevano alzata dal letto e sistemata insieme agli altri in sala da pranzo.

Non ha voce, non capisco quello che bisbiglia. Mi avvicino con l’orecchio alla sua bocca. Continuo a non capire. Ha difficoltà a respirare. Arriva l’infermiera e decide di darle l’ossigeno. E cercano di tirarle via il catarro con l’aspiratore perché non ha la forza di espettorare. Il catarro la stava per soffocare. Ma da dove è arrivato, così, d’improvviso? Mah. Misteri della vecchiaia. Le chiedo se ha mal di gola. Mi dice di no. Ma non riesce a ingerire. Le preparano il braccio per la flebo. Sta veramente male. Come se avesse un lago di muco nei polmoni e il fiato per uscire di lì facesse le bolle. Mi sembra una pentola d’acqua che gorgoglia piano piano. Una cosa impressionante.

Penso: adesso muore. Ci impiegherà forse tutta la notte, ma muore.

Negli ultimi tempi R. spesso viene tenuta a letto. Un giorno è per via della peretta, un giorno perché è molto stanca, un giorno perché le hanno fatto la doccia. Io la sollevo e le accomodo i cuscini sotto la testa.

-Che bello! Hai persino il letto elettrico! – le dico.

-Che bello?! Fanno di tutto per farmi morire più tardi che possono – mi risponde.

-Hai dormito stanotte? – le chiedo.

-E che ne so.

-Forza, dimmi qualcosa di bello.

-Il bello è morire.

-Magari sono io che non voglio lasciarti morire in pace.

-Sì, sì. Sei tu che non mi lasci morire.

-Ma la vita è bella.

-È bella per chi recita. Io non capisco perché non mi lasciano morire.

Poi chiude gli occhi e dorme mezz’ora.

La guardo. Non posso dire che sembra una bambina; no, non sembra una bambina. Ma non sembra nemmeno una vecchia che dorme. È in uno stadio della vita in cui quasi non si è nemmeno più umani. Novantanove anni e qualche mese. È entrata in un’altra dimensione. E io la guardo. Voglio capire dov’è adesso. Se è vicina o lontana. È più vicina a noi o più vicina a Dio?

Chiedo a R. che lavoro facesse prima di andare in pensione. Voglio capire se ancora ricorda qualcosa della sua vita. Ma lei lo chiede a me.

-Che cosa facevo?

- Non lo so, R. Vorrei che fossi tu a dirmelo.

-Dirti cosa?

-Che lavoro facevi.

-Che lavoro facevo?

-Dimmelo tu.

-Ma io non lo so.

-Ti aiuto. Ti faccio delle domande e tu mi dici sì oppure no. Proviamo. Facevi la contadina?

-No.

-Facevi l’operaia?

-No.

-Facevi l’avvocato?

-No.

-Facevi l’impiegata?

-No.

-Avevi un bar ristorante?

-Sì, ero piena di speranze.

-Ascolta bene. Ti ho chiesto se avevi un ristorante.

-Tu vai al ristorante, ma è brutto non avere più speranze.

-Sì, è proprio brutto; lo vedo bene. Sei senza speranze, mia cara R.

-Tutto perché non mi hanno lasciato morire prima. Dio non è giusto. Mi tocca stare a letto, coricata tutto il giorno. Vuoi ammazzarmi per favore?

-Ma cosa mi chiedi?

-Viva o morta è la stessa cosa, no? Della mia vita non me ne faccio niente.

-Ma il fatto è che non hai nessuna malattia, sei solo vecchia. Ti stai spegnendo come una candela.

-Chi ha preso questa candela? Non c’è la luce?

-Ti stavo dicendo che… lasciamo perdere. No, non c’è nessuna candela, qui.

-Le candele le usavo quando ero giovane. Adesso sono vecchia e non ho più voglia di vivere.

-Sia fatta la volontà di Dio!

-Chissà che razza di volontà che ha, per me, adesso che sono qui nel letto.

Associazione Sofonisba Anguissola – Galleria delle donne

via Fabro n.5  10122 Torino

venerdì 1 aprile ore 21 

 

 

 

Installazione di Lidia Pezzuto con presentazione di Marisa Porello

Paesaggi artigianali, giochi di recupero, ruggine che si deposita sulle definizioni: l’incerta meccanica dell’anima. Il divertimento senza fine delle scoperte, il gioco e la rivelazione: frugare alla ricerca di una vita nuova nei materiali nati per altra vita ed andati perduti. L’ironia insita negli oggetti che diventano qualcosa d’altro: le contraddizioni dei bottoni. Lidia Pezzuto usa un oggetto per descriverne un altro: crea la metafora dell’oggetto, per scoprire, alla fine, di essere andata oltre, di essere entrata nell’incerta meccanica dell’anima.  

 

Unione abbastanza civile - Lidia Pezzuto

 

 

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