Pubblicato su Piemonte Mese – febbraio 2008
I masnà di Santarem
Ho incontrato Gilberto Grasso per la prima volta cinque anni fa, durante una delle sue cene di solidarietà. Alto, sorridente, appassionato, mi ha comunicato subito qualcosa di speciale. Da quando ho adottato a distanza una bambina attraverso la sua ONG, tutti gli anni viene a trovarmi per fare quattro chiacchiere, consegnarmi le letterine di Gleicilene, la mia bimba, la pagella, i disegni che lei ha fatto per me. Gilberto ha portato un pezzetto di Piemonte nel cuore della foresta amazzonica, là dove il fiume Tapajos confluisce nel Rio delle Amazzoni. È una terra selvaggia, sfruttata in modo drammatico, dove le popolazioni, indigene e non, devono affrontare mille problemi.
Raccontaci come hai deciso, dopo una vita di lavoro a Torino, di andare in Brasile, aprire un doposcuola per i meninos de rua e far adottare decine di bambine e bambini a distanza.
Sono andato in pensione nel 1992, a 56 anni, con 40 anni di contributi; ci tengo a dirlo. A quanto pare ero diventato inutile: mi spingevano a lasciare il lavoro dicendomi che ero vecchio e non servivo più. Sono contento di aver dimostrato che si sbagliavano. All’inizio, mi sono trasferito a Santarem per amore, non era mia intenzione dare l’avvio ad un progetto che negli anni è diventato fondamentale, per i bambini che aiuto, certo, ma anche per me, per quello che dà alla mia vita. Avendo lavorato nel campo degli audiovisivi, pensavo di girare filmati e documentari da vendere in Italia. Ben presto mi sono reso conto che questa era soltanto un’altra maniera di sfruttare le situazioni di miseria in cui si trovava la gente del posto. Così ho cercato un modo migliore per dare una mano. I miei amici di Torino mi domandavano se era possibile fare delle adozioni a distanza ed io, appoggiandomi ad una pastorale, ho cominciato a realizzarne qualcuna. La mia preoccupazione maggiore era che i bambini studiassero, perché consideravo il contributo dei miei amici torinesi una vera borsa scuola. Ma l’organizzazione a cui mi appoggiavo più di tanto non poteva fare, perché aveva troppi bambini. Quindi ho preso la decisione di fare da solo. Nel 1996, assieme ad alcune persone di Santarem impegnate nel sociale, abbiamo creato una ONG, il FUNDAC, Fundo de Desenvolvimento e Acao Comunitaria (Fondo di Sviluppo e Azione Comunitaria). Accanto ai progetti di Agricoltura Familiare e di Cooperative attraverso il Microcredito, abbiamo costituito il Settore Solidarietà che si occupa delle attività in favore dei bambini e dei ragazzi in difficoltà, e ne sono diventato il responsabile. Nel 1999 abbiamo aperto la sede, all’inizio era piccola, ma adesso è un edificio il cui piano inferiore è dedicato completamente al doposcuola.
Il doposcuola si chiama “I Masnà”: come hai scelto questo nome?
Tutti gli anni, quando vengo in Italia, organizzo una cena di solidarietà, per racimolare contributi per il Centro e acquisire nuovi padrini e madrine, io li chiamo così, che vogliano offrire Borse Scuola per altri bambini. È una tradizione che dura da 9 anni. Durante la prima cena, c’erano 80 persone, ho chiesto agli intervenuti di scegliere un nome per il Centro. È venuto fuori “I Masnà”, e per me è stato un vero piacere, mi ricorda Torino e il Piemonte.
Raccontami qualcosa della città in cui vivi.
Santarém è una città di circa 300.000 abitanti, a ridosso dell’Equatore, nello stato di Parà. Il territorio comunale è grande come la provincia di Torino e il nucleo cittadino conta circa 170.000 abitanti. Il resto della popolazione è sparso per tutto il territorio, all’interno della foresta o lungo il fiume. È un importante porto fluviale, non ci sono industrie e la popolazione vive di commercio, pesca e agricoltura. Negli ultimi anni, grazie al governo Lula, lo sfruttamento della foresta è un po’ calato e l’attività di disboscamento non è degenerata. La città in passato ha avuto periodi di maggiore sviluppo, all’inizio del secolo scorso grazie al caucciù, e negli anni 60/70 con la scoperta di nuove miniere d’oro, che adesso sono esaurite. Non ci sono strade e il movimento delle persone e delle merci avviene su battelli e sul fiume. Chi se lo può permettere va a Manaus o Belem con l’aereo, ma sono pochi.
Quali sono i motivi per cui tanti bambini si trovano in difficoltà?
A Santarem non ci sono le favelas, ma c’è una periferia che è tutta a rischio. Nei decenni passati molti contadini hanno venduto i loro piccoli appezzamenti agli allevatori di bestiame e ai coltivatori di soia. Con i soldi ricavati, che a loro sembravano una vera ricchezza, sono venuti in città e hanno comprato una piccola casa in periferia, con la speranza di migliorare la loro condizione. Ma dopo un paio d’anni i soldi sono svaniti e si sono ritrovati senza terra, senza occupazione, senza una professione, e magari con una famiglia di 5 o 6 bambini da tirare su. Le donne lavorano come colf, gli uomini emigrano in cerca di lavoro o abbandonano la famiglia, e i bambini vengono lasciati soli a casa. A volte c’è una sorella più grande o una nonna che li può accudire, altrimenti sono proprio abbandonati a loro stessi. In Brasile non c’è anagrafe, quando nasce un bambino bisogna andare dal notaio per redigere l’atto di nascita, con un costo che molte famiglie non possono permettersi. Il governo Lula ha disposto che deve essere gratuito, ma prima non era così. Abbiamo incontrato bambini di 10-12 anni che non avevano mai frequentato una scuola, perché per iscriversi bisogna possedere l’atto di nascita. La nostra prima azione come associazione è stata di pagare alle famiglie l’atto di nascita dei bambini, con la promessa che li avrebbero mandati a scuola. Quando verifichiamo che i bambini frequentano regolarmente, li prendiamo al doposcuola.
Quanti sono e quali attività svolgono?
I bambini sono120, divisi in due turni, mattino e pomeriggio, e hanno fra 6 e 14 anni, l’età della scuola dell’obbligo. Gli interventi sono di carattere ludico, artistico, educativo e sportivo. Ma ci concentriamo soprattutto sulle ripetizioni, che vengono fatte da alcuni insegnanti e da studenti più grandi, perché i bambini poveri vanno male a scuola.
Oltre al doposcuola, sei impegnato nelle adozioni a distanza.
Abbiamo 60 bambini che ricevono una Borsa Studio da donatori italiani. Le famiglie che hanno adottato sono quasi tutte torinesi, ma ce n’è qualcuna in Lazio, Veneto, Lombardia. Fin dall’inizio mi sono preso l’impegno preciso di venire una volta l’anno a trovarli tutti. Inoltre scrivo, mando informazioni, lettere, fotografie, e chiedo ai padrini e alle madrine di rispondere e spedire fotografie, perché i bambini sono molto curiosi di conoscere chi li aiuta. Dopo 9 anni di attività, sono orgoglioso di dire che 3 ragazzi vanno all’università e 7 fanno le scuole superiori e hanno intenzione di proseguire negli studi. In questo caso sono i padrini che hanno deciso di continuare a contribuire anche dopo la scuola dell’obbligo.
Come vedi il futuro di questi ragazzi che si stanno affacciando alla vita?
A Santarem, prospettive di lavoro per tutti loro non ci sono. Molti giovani se ne vanno e trovano lavoro soprattutto a Manaus, dove molte industrie hanno investito perché è zona franca. Ma ho molta speranza per il futuro; credo che il Brasile si svilupperà e crescerà. Otto anni di governo Lula sono serviti a rompere tanti schemi; certo non è riuscito a fare tutto quello che aveva promesso, ma la situazione è decisamente migliorata. Personalmente, sono convinto che sia fondamentale investire sull’educazione. Solo la scuola può dare un futuro.



Gent.mo Sig. Gilberto Grasso, mio figliosarà uno dei cuochi della cena che si terrà all’istituto Colombatto, ne sono orgogliosa. Mi spiace non poter essere più una sostenitrice, per vicende abbiamo perso tutto. Solo mio padre nel 1999 è riuscito chiudendo l’azienda agricola mandare tutte le sue macchine agricole in Africa, seguendone anche il loro utilizzo. Allora, tramite i suoi conoscenti era riuscito ad apportare qulcosa che gli aiutasse ad autogestirsi nelle loro, se pur piccole coltivazioni.
Adesso posso solo sperare, sperare.
Un grosso grazie per quello che ha fatto e farà.
Tanti saluti.
CBB