Questo saggio è stato pubblicato in tre puntate nei numeri 110-111-112 del 2004 su Leggere Donna, il bimestrale di Luciana Tufani.
BREVE STORIA DELLA PULP FICTION LESBICA NEGLI STATI UNITI
But I want to be a Paperback Writer
…I want to be a Paperback Writer… (The Beatles, 1966)
Verso la metà del secolo scorso, negli Stati Uniti, in un contesto sociale mutato in profondità a causa della seconda guerra mondiale e grazie alla concomitanza di più circostanze, nasce e si sviluppa un fenomeno assolutamente nuovo nel panorama editoriale mondiale: il pulp letterario.
Nella produzione editoriale americana, la letteratura popolare, con i suoi contenuti leggeri o drammatici, era sempre esistita: nel 19° secolo gli story-papers, all’inizio del 20° le dime novels e i magazine all-fiction. Ma il primo tascabile vero e proprio, come lo intendiamo oggi, cioè leggero, con le pagine incollate e non cucite, le copertine illustrate, e soprattutto venduto ad un costo molto contenuto, nasce nel 1939. In quell’anno, con la pubblicazione di The Good Earth di Pearl S. Buck presso la casa editrice Pocket Books, prende l’avvio negli Stati Uniti l’industria dei paperbacks rivolti al grande pubblico. Durante gli anni della seconda guerra mondiale questo tipo di editoria ha uno sviluppo enorme anche grazie alle scorte di libri per i soldati americani. Il governo degli Usa si prendeva cura del tempo libero dei suoi ragazzi rifornendoli di ogni genere di fiction, classica e popolare, d’avventura e d’amore, western, detective-story, mystery. Questi libri erano leggeri e piccoli e si adattavano alle tasche della divisa militare: erano nati i tascabili.
Nello stesso tempo si affacciava sul mercato una nuova platea di consumatori di libri. Durante la guerra era cresciuta una generazione che aveva preso l’abitudine a leggere e che aveva con i libri più dimestichezza della precedente. Molte donne che durante il periodo bellico avevano lavorato fuori casa nei più svariati impieghi, anche al posto degli uomini, continuarono a farlo. Ma quelle che rientrarono nei ranghi della normale vita domestica come mogli e casalinghe, grazie agli elettrodomestici, si ritrovarono con più tempo libero per leggere riviste e libri e guardare la tv rispetto alle loro madri e alle loro nonne.
I tascabili, indirizzati ad un pubblico molto ampio, ad un costo di pochi cents, erano fabbricati con carta di pessima qualità: da questa deriva il nome pulp, cioè dalla polpa grezza del legno, non raffinata, non patinata, con cui erano fatti questi libri piccoli e leggeri. La pessima qualità della carta e della lavorazione li rendeva anche estremamente fragili. Non erano prodotti per essere conservati, ma fatti per essere letti e gettati via. I libri diventavano così più accessibili, una merce che si poteva comprare nei supermercati o ai distributori di benzina. Persone che mai avrebbero messo piede in una libreria li potevano trovare, con le loro copertine invitanti, al drugstore o nelle stazioni degli autobus e dei treni.
Fin dall’inizio nelle collane dei paperback trova posto di tutto: da Shakespeare e Pearl S. Buck ad Agata Christie, da Carson McCullers e Tennessee Williams a Gore Vidal a Paul Bowles, dai primi manuali di psicologia per tutti a romanzi gialli o di crimine, hard-boiled che parlano di sesso in modo più o meno esplicito. Il dopoguerra con le sue varie ansie, la devastante scoperta dei campi di sterminio, l’incubo della bomba atomica, il subitaneo precipitare nella guerra fredda con la contrapposizione fra blocchi, la caccia alle streghe in stile McCarthy, fa nascere nel lettore americano il desiderio di leggere un tipo di fiction che da un lato rifletta le sue angosce, dall’altro lo aiuti a capire questi fenomeni così nuovi, inquietanti e strani. Anche da questa ansia postbellica nasce la curiosità dei lettori verso tutti i fenomeni “queer”: omosessualità, lesbismo, travestitismo, dipendenza dalla droga, alcolismo, crimini, misteri inquietanti, hanno da subito grande spazio nella pulp fiction. La fantascienza, soprattutto, vero contenitore letterario degli incubi dell’americano medio degli anni Cinquanta, inizia qui il suo viaggio lungo e glorioso. Inoltre, con la rivoluzione sessuale ancora lontana, e l’industria del porno-soft e dell’hard-core proiettata nel futuro remoto, negli anni ’40 e ’50 e fino alla metà degli anni ’60 i paperbacks rappresentano il luogo ideale per esplorare e sfruttare filoni che sono ancora tabù nei film, alla radio, o nelle pagine dei più inamidati hardcover.
Nel 1948 era stato pubblicato il Report on Sexual behavior in the human male, il cosiddetto rapporto Kinsey, seguito nel 1953 dal Report on Sexual behavior in the humane female. Il pubblico americano si trovò di fronte uno studio dal quale si evinceva che gli uomini e le donne americane non solo avevano i più svariati comportamenti sessuali, ma anche una certa dose di omosessualità, latente o palese. Iniziarono a fioccare i libri “psicologici” che dibattevano le conclusioni più bollenti del Rapporto. Ottima opportunità per sfruttare il filone “sesso” senza timore di incappare nella censura: infatti un libro non era sottoposto a restrizioni se voleva essere o se era presentato come uno studio scientifico serio. Si sa che il sesso è l’argomento che vende meglio e in questo caso si poteva leggere e parlare di sesso liberamente: si trattava infatti di “scienza”. Così furono dati alle stampe innumerevoli “studi” scientifici sulla sessualità, (cor)retta (straight) o deviata in vario modo, provvisti di terminologie mediche, introduzioni di medici, psicologi, psichiatri, ma che altro non erano che libri tendenti a sfruttare fino in fondo un filone redditizio.
Spesso contenevano materiale ben più scottante dei romanzi. Ecco alcuni titoli che riguardano il lesbismo con i relativi sottotitoli: La Lesbica nella società – un problema che deve essere affrontato; Il sesso disturbato – uno studio sulle pratiche fra lesbiche – le cause, le cure, i casi clinici – riconoscere la lesbica, lesbiche in prigione, lesbismo fra le giovani, aiuto per le lesbiche, il matrimonio può essere una cura? Segni e simboli lesbici; Abitudini sessuali di donne single – pratiche sessuali e fantasie erotiche di donne americane non sposate; La dottoressa – le confessioni intime di una psichiatra e delle sue pazienti bramose d’amore; e così via.
Naturalmente l’industria editoriale seguiva anche tutti gli altri filoni dei nuovi comportamenti, e foraggiava la voracità del pubblico con storie su delinquenza giovanile, ambienti beat, droga, comportamenti deviati, stranezze di ogni tipo. Insomma rincorreva e compiaceva le angosce dell’americano comune, e le sfruttava per il proprio profitto. Anche per questo motivo i giovani scrittori degli Stati del sud, con i loro personaggi rifiutati dalla società, nutriti di tragedia assurda e comicità inverosimile, pieni di grazia e di violenza, ebbero da subito ampio spazio nell’editoria dei paperbacks.
Fin dall’inizio, da quando la casa editrice Pocket Books aveva fatto uscire il primo tascabile nel 1939, erano stati pubblicati molti paperbacks a contenuto lesbico più o meno esplicito rivolti ad un pubblico popolare. Negli anni ’40 le case editrici avevano ripubblicato per lo più opere di autori europei, come Nana di Emile Zola (1880) che ebbe moltissime edizioni e fu uno dei tascabili più forniti alle truppe americane, Mademoiselle de Maupin di Theophile Gautier (1835) e Rebecca di Daphne du Maurier (1938). In questo modo le tematiche lesbiche venivano relegate nella decadente Europa e situate in un’epoca storica lontana. Nello stesso tempo però si conquistava quella parte di mercato costituita da lettori curiosi di questi argomenti.
Negli anni precedenti il 1950 furono pochissime le ristampe di romanzi con contenuti lesbici ambientati in epoche più attuali: Trio di Dorothy Backer (1943), Promise of love di Mary Renault (1939), Reform School Girl di Felice Swados (pubblicato per la prima volta nel 1941 col titolo House of Fury).
Fu dopo il grande successo nelle vendite del libro di Tereska Torres Women’s Barracks (Caserme Femminili) che nel 1950 vendette più di un milione di copie, che il filone lesbico conobbe un vero e proprio fiorire di tascabili.
Il successo del libro della Torres portò nel 1951 alle ristampe de Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall (1928), Sappho di Alphonse Daudet (1884), Queer Patterns di Lilyan Brock (1935), The Mesh di Lucie Marchal (1949) e altri. Particolare menzione merita la ristampa di We too are drifting di Gale Wilhelm, pubblicato per la prima volta nel 1935, un romanzo di valore superiore alla media.
Ma l’epoca d’oro dei pulp negli Usa inizia quando la casa editrice Fawcett comincia a pubblicare libri inediti. Le vicende che portarono alla più grande novità dell’editoria di quegli anni, cioè l’”Original Paperback”, sono curiose e vale la pena raccontarle. Fino al 1949 quasi tutti i tascabili erano ristampe di libri pubblicati precedentemente in edizione rilegata. Fawcett, che aveva capito l’enorme potenzialità del mercato, voleva conquistarsi la sua fetta della torta, ma a causa di un contratto con la casa editrice Signet non poteva pubblicare le proprie ristampe. Nello stendere il contratto però Signet non si era reso conto di una lacuna: non si faceva cenno di libri inediti. Fawcett utilizzò questa imperfezione del contratto per creare un tipo completamente nuovo di narrativa, quale non si era mai visto prima: avrebbe pubblicato in brossura libri che non erano mai stati editi. Anche fisicamente questi libri erano fatti per attirare l’attenzione: il dorso giallo acceso li faceva risaltare fra gli altri libri (un espediente che molti poi copiarono) e le illustrazioni sulle copertine erano sempre ad effetto. Con un mercato potenziale enorme di fronte, e ansioso di conquistarlo, Fawcett agiva in modo deciso: offriva anticipi di due o tremila dollari a chiunque gli fornisse un libro nuovo e gli scrittori arrivavano a frotte. Alcuni erano autori affermati, ma moltissimi erano esordienti. Fra questi, Vin Packer e Ann Bannon.
Gold Medal era una delle collane della Fawcett specializzata in magazine e pulp, e in questa collana verranno editi i più gloriosi libri di pulp fiction lesbica. Infatti nei suoi “Original Paperback” Fawcett poteva includere tematiche lesbiche a piacimento, cosa che nelle ristampe chiaramente non poteva fare e, questione cruciale, avere il controllo sul materiale edito. In questo modo nei suoi libri poteva trattare di soggetti molto controversi ma che erano anche gli argomenti più richiesti dal mercato, e fare in modo che il contenuto aderisse agli standard morali della Commissione Parlamentare istituita nel 1952, il Select Committee into Current Pornographic Materials.
Il nuovo filone degli Original Paperbacks creò grandi opportunità per le donne scrittrici, fra le quali vi erano molte lesbiche, che altrimenti non sarebbero mai riuscite a pubblicare un libro in edizione rilegata presso case editrici più importanti. Certo dovevano rimanere nei rigidi schemi imposti dal genere e dagli editori, non dimostrare troppa simpatia, e soprattutto fare in modo che le protagoniste dei loro romanzi finissero male, perché altrimenti il libro poteva essere accusato di apologia di comportamenti deviati. Nello stesso tempo però avevano l’opportunità di descrivere con realismo ed empatia la vita delle lesbiche alle prese con i problemi di sopravvivenza in una società soffocante, durante anni problematici e di grande repressione. Molto spesso utilizzavano pseudonimi, come ha fatto anche Patricia Highsmith, per evitare di essere etichettate. Infatti nel mirino del senatore McCarthy, subito dopo i comunisti, c’erano omosessuali e lesbiche, e portare questo marchio, tra gli altri disagi, poteva rendere molto difficile riuscire ancora a pubblicare. Gore Vidal fu messo sulla lista nera per il suo The City and the Pillar e dovette scrivere per molti anni con un altro nome.
Ma nelle loro storie, molto più che nei romanzi scritti prima della guerra o addirittura nel secolo precedente, le lettrici lesbiche potevano finalmente trovare qualcosa che si avvicinava moltissimo alla loro vita di tutti i giorni, e incontrare personaggi che parlavano il loro stesso linguaggio. Molte lesbiche si indirizzarono verso questo genere di letteratura pulp perché essa costituiva l’unica fonte di affermazione della loro identità sessuale. Moltissime scoprirono il termine “lesbica” proprio leggendo i pulp.
“Il contributo di quei libri era una parola- la parola lesbica. Dopo che l’ebbi scoperta in quel libro, cominciai a cercarla” racconta Dorothy Allison nel suo A personal history of lesbian porn .
Joan Nestle, che è anche una delle fondatrici degli archivi Lesbian Herstory di New York, i quali possiedono diverse centinaia di libri pulp lesbici, parla di survival literature, letteratura della sopravvivenza, una letteratura cioè che ha aiutato moltissime lesbiche a sopravvivere nei repressivi anni Cinquanta, quando anche solo indossare un paio di jeans o vestirsi butch poteva voler dire esporsi a insulti e addirittura a violenze fisiche.
Spesso la lettura di questi libri di “bassa letteratura” era accompagnata da un senso di vergogna.
Kate Millett esprime bene le sensazioni ambivalenti che ne derivavano: “Che cosa sono, una specie di Saffo da giornale scandalistico? La libreria piena di tascabili di storie lesbiche e sentimentali, li avevo comprati tutti perché erano gli unici libri in cui una donna baciasse un’altra donna, la toccasse, mi ero stupita di trovare finalmente in un libro la parte più preziosa della mia esperienza, nero su bianco. Li tenevo nascosti in un cassetto altrimenti la gente che veniva a trovarmi avrebbe capito. Per paura che la ragazza alla quale avevo subaffittato la casa li scoprisse, li avevo bruciati tutti prima di partire per il Giappone. In realtà mi vergognavo del modo in cui erano scritti, di quelle fantasie melense, degli orribili cliché, lesbica con il cuore spezzato ammazza il cane, ecc. i soli fiori nel deserto, erano anche libri grotteschi”.
La stessa Lillian Faderman inizia la prefazione della sua antologia della letteratura lesbica con queste parole: “Nel 1956 ero una teenager e cominciavo a pensare a me stessa come lesbica…cercavo delle descrizioni letterarie che mi aiutassero a capirmi… non dovevo cercare lontano perché gli scaffali dei libri pulp nel drugstore mostravano vertiginose schiere di titoli… Ero affascinata …ma volevo “vera letteratura”, del tipo che leggevo in classe nelle ore di Inglese”. Certamente la “vera letteratura” era merce rara, ma c’era ed era vitale e lo dimostra la lunga vita dei titoli di Ann Bannon, Valerie Taylor, Patricia Highsmith (Claire Morgan), Marijane Meaker, tutte scrittrici che erano, tra l’altro, lesbiche nella vita reale.
Nel 1950 Fawcett pubblica nella collana Gold Medal Women’s Barracks di Tereska Torres. Tereska era nata a Parigi nel 1921, figlia di ebrei emigrati in Francia dalla Polonia all’inizio del Novecento. Nel 1940, mentre l’esercito tedesco puntava su Parigi, si era rifugiata in Portogallo e da qui aveva raggiunto l’Inghilterra per unirsi all’esercito di de Gaulle. Alla fine della guerra sposò un giornalista americano, si trasferì negli USA e assieme al marito contribuì a far conoscere Il Diario di Anna Frank al pubblico d’oltreoceano. Negli anni Cinquanta scrisse numerosi romanzi a tematica lesbica.
Women’s Barracks racconta degli anni trascorsi a Londra in una caserma femminile assieme ad altre donne francesi che, fuggite dalla Francia occupata, avevano risposto all’appello di de Gaulle aderendo alla Resistenza. Fin da subito l’autrice e le sue compagne sperano nell’invasione della Francia da parte dell’esercito alleato, ma dovranno aspettare per ben quattro anni, vivendo nella precarietà e nel disagio, in comunanza forzata con le altre donne soldato, senza privacy e sottostando alla dura disciplina militare, preoccupate per la sorte delle persone care rimaste in patria. Svolgono i lavori più umili, desiderose di aiutare in qualche modo il proprio paese a liberarsi dall’oppressore nazista, sognano una Francia libera negli Stati Uniti d’Europa, un mondo senza dittature e senza guerre, dove le Nazioni Unite sovrintendono al buon governo mondiale.
Scritto negli anni immediatamente successivi alla guerra e da una donna eterosessuale, Women’s Barracks non si rivolgeva ad un pubblico di lesbiche, anche se le loro storie occupano una parte cospicua del libro; era piuttosto stato concepito come un romanzo sulle donne in tempo di guerra. Ne veniva fuori un quadro di donne giovani e disinibite, sognatrici e patriottiche, alla ricerca dell’amore anche in una situazione così difficile, immerse in un’atmosfera di grande libertà, derivata dal fatto di trovarsi in una condizione particolare, in guerra, lontane da casa e dalle loro famiglie. Il terrore costante dei bombardamenti, la consapevolezza della possibilità di venire uccise, il senso di pericolo incombente, sembrano allentare in qualche modo le inibizioni sociali e rendere più libera e spregiudicata l’esperienza dell’amore e delle relazioni, anche sessuali. Naturalmente, in mezzo a tante donne, alcune sono bisessuali o hanno rapporti lesbici e le loro storie vengono presentate come abbastanza comuni. Nel libro la Torres non vi pone l’accento in modo particolare e non vi indugia mai con intenti spettacolari, anche se ne parla senza inibizioni, senza reticenze né moralismi, sempre però sotto il segno di una inequivocabile tristezza.
Nel libro vengono descritte lesbiche come Petit ed Ann, militaresche, dure, gelose, mascoline, prototipo della butch anni ’50 e cugine prime di Stephen Gordon. Poi c’è la bisessuale Claude, promiscua, curiosa di tutto quello che è sesso, sempre alla ricerca di qualcosa di “estremo”; una donna che ha “imparato” a fare la lesbica, come ha imparato a fumare l’oppio e l’amore di gruppo. È disdegnata come dilettante dalle lesbiche vere, Ann e Petit, ma è adorata dalla piccola Ursula, che ha solo diciassette anni ed è disperatamente sola, non ha mai avuto una famiglia vera, è assetata di affetto e vede in lei una donna sicura di sé, vissuta e affascinante. Claude la prende sotto la sua protezione, l’aiuta, la difende, e infine ha con lei una relazione sessuale. Ursula si innamora perdutamente, ma l’altra la trascura, ha numerose altre avventure, con uomini e donne, è lunatica, si pente di avere “corrotto” la piccola e quindi la evita, preferendole altre amiche. Dopo mesi di sofferenza Ursula accetta la corte di un soldato polacco, guarisce dalla sua timidezza e alla fine impara ad amare il ragazzo, un giovane ebreo che scrive poesie e sogna di trasferirsi in Palestina alla fine della guerra.
Women’s Barracks diventa in breve un best seller. Viene ristampato innumerevoli volte fino al 1964 vendendo qualcosa come tre milioni di copie.
Nel 1952 il libro finisce nel mirino della Commissione Parlamentare d’inchiesta per il materiale pornografico e un responsabile della Fawcett viene chiamato a deporre: secondo l’accusa il libro conteneva descrizioni troppo esplicite di sesso lesbico. Più in generale, la convinzione del governo era che l’industria editoriale dei paperbacks stesse corrompendo la gioventù americana. Se l’accusa di comunismo era stata la prima motivazione per la persecuzione messa in atto da McCarthy, subito dopo veniva quella di omosessualità, particolarmente temibile per i dipendenti pubblici e le persone impegnate nell’esercito dove la “caccia all’omosessuale” era uno sport sempre più minaccioso. Centinaia di persone erano state costrette, con accuse vere o false, a lasciare il lavoro, abbandonare carriere promettenti e vedere la propria vita privata rivoltata come un calzino davanti agli scagnozzi del senatore.
Per capitalizzare l’enorme successo che il libro della Torres aveva avuto, l’editore Dick Carroll della Fawcett pensò di chiedere ad una sua segretaria, Marijane Meaker, che scriveva anche per il Ladies’ Home Journal, di confezionargli un romanzo che avesse per protagoniste delle lesbiche. L’unica limitazione posta era che non doveva avere un lieto fine per non incorrere nuovamente nei fulmini della censura: non bisognava assolutamente dare l’impressione di promuovere comportamenti deviati. Quindi, anche se nel romanzo potevano esserci romanticismo, amore e un po’ di sesso, alla fine le protagoniste dovevano pagare caro la loro temerarietà.
Così nel 1952 esce Spring fire di Vin Packer (uno degli pseudonimi di Marijane Meaker, assieme ad Ann Aldrich, M.E. Kerr, Mary James) e ha un successo immediato. La vicenda è ambientata all’interno di un college, dove la nuova arrivata, la mascolina Mitch, si innamora della popolare Leda, sua compagna di stanza. Leda è bisessuale e l’avverte di non affezionarsi troppo a lei, perché se la bisessualità è tollerata, lo stesso non avviene per la pura omosessualità. Ma Mitch è troppo innamorata per seguirne i consigli e a poco a poco anche Leda comincia a ricambiare il suo amore. A questo punto arrivano i guai, come l’editore aveva ordinato. Le due ragazze vengono scoperte e Leda non sopporta lo stigma imposto dalla società del college, la perdita di popolarità e il fatto di essere diventata agli occhi di tutti una pervertita. Ha un esaurimento nervoso e finisce in manicomio mentre Mitch rientra nei ranghi e si sposa. Il finale è tragico, ma il libro lascia intendere molto bene quanto fosse diffuso in quegli anni il lesbismo nei campus, dove le lesbiche non solo potevano riconoscersi e accettarsi ma anche avere una sana relazione d’amore, pur in un ambiente ad “eterosessualità obbligata”. Nel racconto le due protagoniste alla fine assumono la connotazione di vittime della cattiveria dei “normali” e dell’intolleranza di una società ingiusta. Gli individui retti, gli straight, oltraggiando le poverette con il loro odio, fanno la figura dei carnefici.
Centinaia di lettrici lesbiche di ogni parte degli Stati Uniti scrissero alla Aldrich chiedendole altri romanzi con tematiche attuali e attinenti alla realtà. Si identificavano con i personaggi che nei libri affrontavano gli stessi loro problemi e desideravano così fortemente una rappresentazione normale e positiva del lesbismo che avevano imparato come leggere questi romanzi, senza cadere nel trabocchetto costruito dagli editori per compiacere la Commissione. Erano abilissime nello scovare simpatie sottotestuali in libri spesso omofobici e misogini e aspettavano con ansia i nuovi romanzi degli autori che meglio sapevano esprimere, anche se in codice, simpatia per il loro tipo di vita.
Sempre sotto il nome di Vin Packer nel 1958 esce il romanzo The evil friendship, ispirato al caso Parker-Hulme, sul quale nel 1994 è stato girato il film Creature del Cielo, Leone d’Argento a Venezia, del regista Peter Jackson, con Kate Winslet.
Marijane Meaker, quando voleva scrivere di lesbismo sotto forma di indagine sociologica, storica o letteraria, utilizzava il nome Ann Aldrich.
We walk alone (through Lesbo’s lonely groves) è del 1955 e lei stessa ce lo presenta come “Uno studio della lesbica, scritto da una lesbica… frutto di quindici anni di presenza nella società come donna omosessuale”. Lo scopo dell’autrice è di “rispondere a un bisogno di chiarezza e informazione su questo soggetto… con la speranza che questo libro favorisca una comprensione maggiore… per rincuorare quegli omosessuali che, come me, stanno cercando onestamente di risolvere i loro problemi nella vita di ogni giorno”. Il libro è diviso in sedici capitoli, e c’è davvero di tutto. L’autrice inizia sottolineando quanto sia arduo, se non impossibile, identificare o descrivere la lesbica, perché “non ci possono essere definizioni, formule, modelli che possano accuratamente caratterizzare la donna omosessuale” e quindi “la lesbica può essere qualsiasi donna”. Esamina poi le cause per cui una ragazza diventa gay; classifica le lesbiche in butch e femme, latenti, represse, bisessuali, quelle a cui piace flirtare e quelle che vogliono soltanto avventure di una notte, quelle che hanno una sola storia ma che dura molti anni o tutta la vita, e quelle che non hanno mai avuto esperienze. Seguono brevi racconti che vedono per protagoniste le lesbiche del Greenwich Village e ne viene descritto l’ambiente, con le abitudini, le feste, i cocktails, il travestitismo, i rapporti fra donne e uomini gay. Qua e là l’autrice ci fa incontrare Saffo, Kinsey, Havelock Ellis, Krafft-Ebing, Freud, Anais Nin, Djuna Barnes e Simone de Beauvoir. Disquisisce sulla donna clitoridea e sulla donna vaginale, sui dildo, sul sadismo e sul masochismo. Passa in rassegna la legislazione di ogni Stato dell’Unione contro i reati di sodomia, omosessualità e lesbismo. Espone i motivi per cui le lesbiche, solitamente, hanno la tendenza a bere troppo, fino a diventare alcolizzate. Racconta di quelle che hanno deciso di andare in analisi, quelle che si sono procurate un matrimonio di copertura, quelle che hanno un tale desiderio di maternità da rinunciare al loro lesbismo e sublimarlo nel rapporto con la loro creatura e quelle che interpretano il ruolo di maschio fino al punto di farsi mantenere dall’amate prostituta o cantante di night. Dopo averci condotto con partecipazione e passione in questo viaggio affascinante e tenebroso nel lesbismo dall’epoca antica alla società contemporanea, esaminando ed esponendo le più recenti (per il 1955) teorie psicoanalitiche sul “problema” omosessuale, la Aldrich colloca alla fine i capitoli: “Può una lesbica essere curata?” e “Una parola per i genitori”. Il suo timore, forse, era quello di aver scritto un libro che sprigionava troppa simpatia e condiscendenza.
Dopo il grande successo di questo saggio Ann Aldrich, che ha ricevuto moltissime lettere di donne che la ringraziano, la incoraggiano, le chiedono spiegazioni psicologiche e le raccontano la storia della loro vita, prontamente ne confeziona il seguito e nel 1958 esce We, too, must love. Il nuovo libro è diviso in dodici capitoli che riprendono e approfondiscono alcuni temi trattati nel precedente. Descrive il modo di vestire delle lesbiche ricche e quelle povere, i loro vezzi, gli accessori che indossano, le manie e le paure; analizza i tipi d’uomo che le accompagnano: o effeminati o tapini senza arte né parte, timidi e insicuri; insiste di nuovo sul problema dell’alcolismo (anche per Marijane Meaker era un problema il troppo bere, e ce ne dà ampia testimonianza nel suo recente libro sulla relazione che ha avuto dal 1959 al 1961 con Patricia Highsmith) e sulla validità dei trattamenti di psicoanalisi. Parla di quelle che decidono di sposarsi e dei motivi che le spingono a farlo, e delle lesbiche anziane in un capitolo che intitola I vecchi soldati non muoiono mai (Old soldiers never die). La parte più interessante riguarda la descrizione degli ambienti newyorchesi del Village e dell’ Uptown, dove risiedono rispettivamente le lesbiche proletarie e quelle ricche. Per illustrare i rapporti esistenti fra i due gruppi, che si detestano reciprocamente, la Aldrich crea una serie di personaggi ispirati alle donne che conosce. Le lesbiche alto-borghesi partecipano a vernissage e a party in case private, mentre le proletarie frequentano i locali bui e fumosi del Village, dove il pericolo di una retata della polizia è sempre in agguato. Ogni tanto le donne dell’Uptown vi scendono a bere qualcosa e incrociano le altre clienti, ma vogliono mantenere ben marcate le distanze che le separano da loro e sanno di suscitare molta invidia. Per le ricche, le lesbiche del Village sono soltanto delle disgraziate che si travestono da butch e che bevono troppo, vivono ai margini della società, fanno una fine miserabile e gettano disonore e imbarazzo sull’intera categoria a causa del loro modo di presentarsi. Le donne che sono riuscite ad elevarsi e a cambiare ambiente disprezzano quelle che sono rimaste imprigionate nella vita del Village e nei suoi ruoli stereotipati. Anche i luoghi per le vacanze estive sono diversi: le comunità ricche frequentano Fire Island, quelle povere si accontentano di Riis Park. L’autrice conclude con una selezione di lettere che ha ricevuto, soprattutto dalla provincia, dopo la pubblicazione del primo libro. Tra le altre, quella di un gay che le domanda di procurargli una lesbica per un matrimonio di copertura, quella di un genitore che le parla della vergogna di avere una figlia queer, quella di una “travestita” sull’orlo del suicidio, quella di una lesbica che vorrebbe sposarsi, ma ogni volta che il suo “fidanzato” la abbraccia sente solo l’impulso di graffiargli la faccia.
Le descrizioni di Ann Aldrich degli ambienti di donne e uomini gay nella New York degli anni Cinquanta sono accurate e derivano da una conoscenza approfondita e di prima mano. Tutte le sue protagoniste si sentono queer, strane, e vivono il lesbismo come una malattia, una situazione anormale della psiche, un’infermità che spesso non si può “curare”. Lei stessa non è tenera con le sue strange sisters, parte sempre dal presupposto che essere lesbiche è una specie di condanna e che sarebbe molto meglio essere straight e non avere questa malattia, anche se in ogni caso è una patologia a cui nessuna lesbica sembra voler rinunciare. L’atteggiamento della Aldrich è ambiguo perché, anche se presenta sempre la lesbica (e l’omosessuale) come componente di una razza a parte dal resto del genere umano o del genere femminile, cioè un “caso” umano da studiare, si sente di continuo nelle sue parole il riverbero del compiacimento dell’incurabilità, il piacere che il lesbismo sia una malattia dalla quale non si possa guarire, e la partecipazione, la complicità, il divertimento che c’è in questo “dramma”. Infatti dietro ogni sua espressione di rimpianto per una vita normale, sotto ogni descrizione dei tipi e dell’ambiente, in tutte le sue parentesi psicoanalitiche, pare di sentire una voce che dice: <<Mi diverto troppo in questo modo, perché mai dovrei rinunciarci e avere una vita “normale”?>>
Nel 1960 Ann Aldrich pubblica l’antologia Carol, in a thousand Cities. Lei stessa, cioè Marijane Meaker, ci racconta la genesi di questo titolo nel suo Highsmith. Durante i due anni della sua relazione d’amore con Patricia Highsmith, la Meaker, tra le altre cose, lavorava a questa raccolta di racconti e saggi brevi sul tema omosessuale. Pubblicare questo libro era da tempo un suo grande desiderio. Una sera, parlando dei loro lavori, durante una conversazione:
“Spiegai a Pat che nell’antologia volevo includere il saggio di Freud Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile, il capitolo La lesbica tratto da Il Secondo Sesso di Simone de Beauvoir, racconti come La ragazza di Paul di Guy de Maupassant.
- … e che ne diresti dell’ultimo capitolo di The Price of Salt?
- Sarei in buona compagnia, rispose la Highsmith.
Poi le sottoposi un’idea che mi era venuta quando lei era in Texas.
Le citai quella parte dell’ultimo capitolo del suo Salt, quando Therese sta pensando che ha amato e amerà sempre e solo Carol, e che …sarebbe stata Carol in mille città, in mille case… eccetera.
Chiesi a Pat:
- Che ne pensi del titolo Carol, in a Thousand Cities?
- E’ un buon titolo. Meglio di The Price of Salt. Vorrei averlo pensato io.
- L’hai fatto, le dissi.”
Con il nome di M.E.Kerr, Marijane Meaker è un’autrice affermata di libri per ragazzi, ha vinto numerosi premi e molti suoi lavori sono stati adattati per la televisione. In Italia sono stati pubblicati quattro romanzi in collane per adolescenti, fra i quali Liberaci da Evie , edito nel 1998 da Mondadori. Nel racconto, ambientato in un villaggio del Missouri, M.E. Kerr affronta l’argomento dell’amore fra due teen-ager, Evie e Patsy. Evie, che frequenta l’ultimo anno delle superiori, è alta e forte, aiuta i genitori e i fratelli nella loro fattoria, sa aggiustare i motori e vuole diventare veterinaria. Patsy invece, bella, sofisticata e alla moda, è figlia dell’uomo più ricco del paese. Le due ragazze si innamorano e questo fatto le porterà a scontrarsi con i genitori, i compagni di scuola, la comunità, ma nulla fermerà il loro desiderio di stare insieme, e dopo la fuga andranno a vivere insieme a New York.
In questa breve storia della pulp fiction lesbica dalla fine degli anni Quaranta all’inizio degli anni Sessanta ho puntato la mia attenzione sui libri scritti dalle donne, trascurando le centinaia di romanzi prodotti da autori maschi. Fra questi ricordo Harry Whittington, il cui tema preferito erano le guerrigliere in lotta nei punti caldi in quel periodo, Cuba e Algeria, e Lawrence Block, il creatore di Matt Scudder, che iniziò la sua carriera con gli pseudonimi Jill Emerson e Sheldon Lord.
Molti scrivevano con nomi femminili, come Fletcher Flora, autore di Strange Sisters (1954), ma alcuni preferivano utilizzare pseudonimi da cui non si potesse individuare il sesso di chi scriveva, come Leonard Levinson che, oltre a una decina d’altri nomi, usò quello di March Hasting. Fra le autrici del periodo d’oro le lesbiche furono almeno una dozzina con circa cento titoli. A differenza dei loro colleghi, che spesso scrivevano senza sapere nulla dell’argomento e utilizzavano i soliti stereotipi, le scrittrici riuscivano a descrivere con partecipazione una realtà che per qualcuna era vissuta, ma che per molte era solo immaginata o sognata.
Una delle autrici che fra gli anni Cinquanta e Sessanta ha avuto più successo è Ann Bannon, nom de plume di Ann Thayer, riscoperta negli anni Ottanta dalla Naiad, storica casa editrice femminista americana, e più di recente dalla Cleis Press con la riedizione dei suoi libri, provvisti di bellissime copertine che riprendono i temi delle illustrazioni dei pulp dell’epoca. Per ogni libro ripubblicato dalla Cleis Ann ha scritto una esauriente introduzione in cui ne racconta le origini, il periodo della sua vita in cui è stato concepito, lo stato d’animo con cui l’ha scritto, chi l’ha aiutata, la genesi del titolo e della copertina. Ho già parlato di Ann: la sua intervista è stata pubblicata nel numero di marzo-aprile, e nella recensione al suo Lesbo Pulp ho raccontato la sua storia.
I cinque romanzi che fanno parte delle Beebo Brinker Chronicles sono collegati fra loro dai personaggi. Nel primo, Odd Girl Out (1957), facciamo la conoscenza di Laura e Beth, studentesse all’università; le due ragazze hanno una storia d’amore ma alla fine Beth si sposa con un compagno di studi. Laura invece viene espulsa dal college e, dopo una ennesima litigata col padre, approda a New York. Nel secondo, I Am A Woman (1959) (l’unico pubblicato in italiano col titolo Lesbo Pulp), Laura comincia a vivere e a muoversi nel Greenwich Village e, dopo una prima parte interlocutoria, conosce finalmente Jack e Beebo, con la quale inizia una relazione.
Beebo nasce in questo romanzo come eroina butch e, in un’epoca di forte caratterizzazione butch/femme, Laura e Beebo ne rappresentano la perfetta dicotomia. Jack invece è un omosessuale sentimentale, generoso e pieno di humor ma cinico e amareggiato per le continue delusioni del mondo gay.
Per questo secondo romanzo, durante i brevi soggiorni che riusciva a permettersi e grazie all’aiuto delle sue amiche Marijane Meaker e Sandra Scoppettone, Ann Bannon si era documentata sugli ambienti gay di New York, immergendosi nelle atmosfere che così bene ha riprodotto nelle sue storie. Nel terzo libro della serie, Women in the Shadows (1959), continuano le vicende di Laura, Beebo e Jack.
L’autrice ammette di averlo scritto in uno dei periodi più bui della sua vita e il titolo, anche se scelto come tutti gli altri dal suo editore, riflette il suo momento nero. Ann confessa di aver sfogato sulla povera Beebo i suoi problemi di menage familiare, esplorando il lato oscuro della sua eroina butch e la sua terribile volontà di distruzione e di autodistruzione. Il secondo romanzo era stato quello della gioia e della scoperta di un mondo fino ad allora solo immaginato, questo invece descrive i lati negativi di quella realtà: alcolismo, omofobia, confusione, violenza. Jack, stanco della vita gay del Village, di storie che non durano nel tempo, di incontri con ragazzi che approfittano della sua generosità, sente il bisogno di un rapporto stabile in un nucleo famigliare e propone a Laura, in fuga da Beebo, di sposarlo. Lasceranno il Village, cambieranno ambiente, andranno a vivere lontano dai loro vecchi amici facendo finta di essere una famiglia come tutte le altre, anche se solo in apparenza, perché comunque non rinunceranno mai alla loro identità omosessuale. Jack, che ha un grande desiderio di paternità, riuscirà con molta fatica a convincere Laura ad avere un figlio e ricorreranno all’inseminazione artificiale.
Un tema ancora attuale dopo quasi mezzo secolo. Ann Bannon è lusingata dalle parole scritte da Helen Cixous: “Questo romanzo ha un importante significato storico. Pubblicato nel 1959, rompe con lo stereotipo del pulp lesbico anni cinquanta. Tratta di problemi veri di un rapporto lesbico, come violenza domestica, razzismo, omofobia interiorizzata…”. E Ann Bannon del suo libro dice: “Pensavo, scrivendola, che fosse una storia che poteva dare conforto… c’era violenza, sì, ma per rendere più drammatiche sia la velenosa influenza negativa del tempo sia la sofferenza interiore delle donne che l’hanno affrontata e che ne sono sopravvissute. A volte, nella rabbia per le ingiustizie, indirizzavano la loro frustrazione verso se stesse e coloro che amavano. Non perché fossero cattive, ma perché erano ferite e per tali ferite non c’era difesa … c’erano solo gli amici personali, non c’erano librerie delle donne, non c’era il web, c’erano solo i bar. Un isolamento inimmaginabile e un mucchio di problemi”.
Nel quarto romanzo, Journey To a Woman (1960), riappare Beth alle prese con un matrimonio in difficoltà, due bambini cui non riesce a dare tutto ciò che viene richiesto ad una madre, il fantasma di Laura che comincia ad ossessionarla, il desiderio lesbico che si fa sempre più consapevole ed insopprimibile. Alla fine della ricerca di se stessa e dei suoi reali desideri, Beth non trova Laura ma Beebo, con la quale vivrà una storia d’amore. Alla domanda: “Beth sei tu?”, Ann risponde: “…devo ammettere che c’è molto di me in Beth… e un mucchio di suoi problemi erano i miei” . La Bannon ha affermato di avere l’intenzione, dopo più di quarant’anni, di raccontare come è proseguita la vicenda fra Beth e Beebo.
L’ultimo romanzo della serie, Beebo Brinker (1962), è in realtà un prequel e ci racconta di una Beebo giovanissima appena sbarcata a New York dal natale paese nel Wisconsin. Fin dalla prima pagina incontra Jack, un omosessuale reduce della seconda guerra mondiale, più vecchio di lei di una quindicina d’anni, il quale appena la vede aggirarsi per le strade del Village le offre il suo aiuto. Diventerà il suo primo amico, ma scelte diverse li porteranno lontano. I romanzi della Bannon sono sopravvissuti al boom della pulp fiction, hanno avuto continue riedizioni (caso abbastanza raro) e l’hanno resa famosa. Sono stati amati da più generazioni di lesbiche e sono tuttora oggetto di riscoperta, di tesi, di seminari, perché Ann non li aveva scritti soltanto per vendere, ma li aveva utilizzati come strumento di ricerca di sé. La forza dei suoi personaggi risiede nel fatto che la Bannon credeva in loro, li nutriva della sua vita, della sua immaginazione, dei suoi desideri più segreti e attraverso di loro riusciva ad agire una parte importante di se stessa che la realtà di ogni giorno le precludeva.
Un’altra autrice di pulp che ha avuto l’onore di essere ripubblicata negli anni Ottanta dalla Naiad Press è Valerie Taylor, nata nel 1913 ad Aurora, Illinois, è morta nel 1997. Il suo vero nome era Velma Nacella Young ed è stata non solo una delle più prolifiche scrittrici di romanzi lesbici, ma anche poeta, saggista, femminista, madre, nonna, Pantera Grigia lesbica, quacchera praticante. Ha sempre unito alla produzione letteraria la passione della militante: è stata un’attivista ambientalista, pacifista, antinucleare, impegnata nel campo dei diritti sociali e nel movimento di liberazione gay (era chiamata “la nostra nonna lesbica preferita”) e promotrice della Prima Conferenza delle Scrittrici Lesbiche tenutasi a Chicago nel 1974. Con lo pseudonimo Valerie Taylor ha pubblicato negli anni ’50 e ’60 i suoi romanzi a tematica lesbica oltre a racconti, recensioni e lavori di critica. Ha usato i nomi Nacella Young e Valerie Taylor per i libri di poesie e Frances Davenport per i romanzi gotici (The Secret of the Bayou, 1964). Nel 1976 è uscito presso Womanpress Two women: The Poetry of Jeannette Foster and Valerie Taylor. La Foster, autrice del pionieristico Sex Variant Women in Literature, era una sua cara amica.
Nel 1982 Naiad ripubblica i tre romanzi che compongono la trilogia Erika Frohmann Series. Nel primo, Journey to fulfillment, Erika Frohmann è una adolescente sopravvissuta ai lager nazisti; ha perso i genitori e i parenti durante la guerra ed è temporaneamente ospite di un campo profughi in Svizzera, in attesa di una famiglia che la adotti. Qui vive la sua prima esperienza lesbica con una ragazza polacca, reduce anch’essa da un campo di concentramento. Poco tempo dopo la Croce Rossa rintraccia negli Stati Uniti dei lontani parenti disposti ad accoglierla. Erika, segnata per sempre dalla sua adolescenza violentata, si trova catapultata nell’opulenza, in un mondo lontanissimo dalle sue precedenti esperienze, sola fra persone che non conosce. Si innamora della sorellastra Judy, la quale ha una relazione d’amore con una compagna di scuola, Peg. In assenza di Judy, Peg le fa la corte e le due ragazze finiscono a letto. Dopo averlo saputo Judy si vendica su Erika in tutti i modi, approfittando del fatto che è innamorata di lei, in un rapporto di crescente sadismo. Riemergono i traumi del passato, le sue ferite inguaribili e tutta l’ipocrisia, la cattiveria e i problemi di identità sessuale delle sue coetanee americane. Per fortuna Erika trova in miss Weber, la sua insegnante di musica, non solo un aiuto per migliorare il suo rendimento scolastico assai scarso ma anche la speranza per un futuro meno tragico. Miss Weber la allontanerà dalla famiglia adottiva e l’aiuterà a diventare un’insegnante di musica lei stessa.
Nel secondo romanzo della trilogia, A World Without Men, Erika è ormai una donna indipendente e ha trovato una sua connotazione butch. Nella squallida pensione dove vive incontra Kate, una ragazza disperata, alcolizzata e quasi sempre senza lavoro, traumatizzata da un padre violento e un rapporto incestuoso col fratello, ora in prigione accusato di omicidio. In preda ai suoi problemi di identità sessuale Kate si ubriaca per riuscire ad affrontare un appuntamento con un ragazzo e per strada un’auto la investe. Erika si prenderà cura di lei e nascerà una storia d’amore.
Il terzo libro, Return to Lesbos, racconta dell’incontro di Erika con Frances, una donna da poco arrivata in città, sposata con un uomo naturalmente insopportabile e con un figlio già grande. Ancora sofferente per i traumi passati e per il fatto che la sua amante è morta in un incidente d’auto, Erika oppone resistenza all’amore che da subito la donna le manifesta, ma alla fine si arrenderà e per lei Frances lascerà il marito. Siamo nel 1963 e i tempi stanno cambiando: infatti Erika e il suo amico gay, Vince, fanno parte di un gruppo di attivisti omosessuali che pubblica anche un giornale. Una curiosità del romanzo è data dall’autoreferenzialità ai pulp: nel negozio di oggetti usati di Vince Frances trova i libri di Erika e, con la scusa di chiederglieli in prestito, prega Vince di metterla in contatto con la ragazza. Insomma, galeotto fu il pulp. Questa autoreferenzialità si trova spesso, anche in Ann Bannon: è un fatto interessante che dimostra come le autrici avessero ben presente il loro pubblico di lettrici lesbiche.
Si scoprono citazioni di Beebo Brinker ancora in Rice and Beans (1989), uno degli ultimi romanzi in cui Valerie Taylor affronta di nuovo i temi che le stanno più a cuore: la povertà, l’ingiustizia sociale, il razzismo. Ambientato a Tucson, la città dove visse gli ultimi anni, fra chicanos, nativi americani e bianchi poveri che hanno perduto il lavoro o non l’hanno mai trovato, Marty (Martha) e Thea, le due protagoniste, vivono sulla loro pelle la tragedia della Reaganomics. Altri titoli della Taylor sono: Love Image (Naiad, 1977), Prism (Naiad, 1981) (da lei definito “il mio romanzo geriatrico”), Ripening (Naiad,1988).
Marion Zimmer Bradley è un’altra autrice che all’inizio degli anni Sessanta ha scritto romanzi lesbici usando svariati pseudonimi tra cui Lee Chapman, Miriam Gardner (The Strange Woman, 1962; Twilight Lovers, 1964), Morgan Ives (Knives of Desire, 1966) e John Dexter (Passion Patsy, 1967).
Nata ad Albany, New York, nel 1930 e morta a Berkeley, California, nel 1999, è più conosciuta per i suoi romanzi di fantascienza (la serie Darkover) e i suoi fantasy (Le Nebbie di Avalon, 1982 ). Figurava fra le più importanti collaboratrici di “The Ladder”, il periodico della prima organizzazione lesbica degli Stati Uniti, le Daughters of Bilitis, fondata nel 1955 da Phyllis Lyon e Del Martin (le abbiamo viste sui giornali il 14 febbraio di quest’anno, sorridenti, dopo essersi sposate davanti al sindaco di San Francisco).
Un’altra prolifica autrice di paperback lesbici fu Sloane Britain, il cui destino è per certi versi emblematico. Dopo aver scritto parecchi pulp di successo negli anni dal 1959 al 1963, presa nell’ingranaggio dell’industria dei paperbacks, cadde in una profonda depressione. Si sentiva vittima di un sistema editoriale che le chiedeva soltanto di sfornare romanzi popolari e il suo timore era di non riuscire ad esprimere il suo vero talento narrativo, dal momento che le sue energie creative erano sfruttate a fini commerciali. Si suicidò nel suo appartamento di New York nel 1964. “The Ladder” scrisse: “Benché i personaggi dei suoi più recenti romanzi fossero sempre più cinici e imperfetti, pensiamo che il mondo abbia perduto un talento promettente. Forse, se fosse riuscita ad uscire dalla produzione ordinaria di libri scritti per il pubblico dei paperback, avrebbe potuto regalarci qualcosa di veramente meritevole. Purtroppo non potremo mai saperlo”.
Il suo romanzo di debutto, First Person… 3rd Sex, uscì nel 1959: “…il romanzo ben scritto di una giovane insegnante che giunge, attraverso amare esperienze, ad accettare la sua natura lesbica… un buon tascabile, che avrebbe meritato più di quanto ha ricevuto”. Nello stesso anno Britain pubblicò The Needle: “Un romanzo ad effetto che parla di una ragazza che è allo stesso tempo lesbica, drogata, prostituta e dove non manca l’incesto. Sebbene scritto meglio della media degli altri pulp, lascia un po’ amareggiate.” (sic). Nel 1960 pubblicò Meet Marylin: “Un buon ritratto di una lesbica casalinga ben integrata”; nel 1961 These Curious Pleasures: “Una specie di autobiografia, che ha scrittura eccellente e i caratteri ben sviluppati”; nel 1962 Woman Doctor: “Un romanzo deplorevole su una psichiatra che seduce le sue pazienti, molto al di sotto del livello che ci si aspetta da questa autrice”; nel 1963 Insatiable: “Una porcheria ben scritta”.
Un filone che sarebbe molto interessante da esplorare è quello che si occupa di transgenderismo e travestitismo. La notizia dell’operazione chirurgica della ventiseienne Christine Jorgensen, avvenuta in Danimarca, che conquistò le prime pagine dei giornali nel dicembre 1952, diede l’avvio ad un’infinità di pubblicazioni sull’argomento: articoli, romanzi, studi scientifici più o meno seri, molte biografie e autobiografie. Non era certo il primo transessuale a farsi operare, ma diventò il più famoso e il più richiesto per le sue performance da nightclub, al punto da trovare il tempo per scrivere le sue memorie (ripubblicate recentemente da Cleis Press) soltanto molti anni dopo. Il travestito e il transessuale furono assai utilizzati anche nei romanzi hard-boiled: ricordo per tutti Vengeance is mine (1950) di Mickey Spillane, il terzo romanzo con Mike Hammer. Anche la fantascienza, in quegli anni straordinariamente vitale, si è occupata volentieri di differenze sessuali e di genere. Quanti pianeti senza uomini, abitati da amazzoni o da esseri con sesso indefinito sono stati inventati! Ne La mano sinistra delle tenebre Ursula Le Guin descrive magistralmente come il genere (e in questo caso la capacità e la possibilità di cambiare genere) strutturi la società e incida sui comportamenti, individuali e collettivi.
Per concludere voglio soffermarmi sulle copertine dei libri pulp che, unite ai titoli, costituivano una parte molto importante dell’edizione e che ormai vengono studiate come un genere artistico a se stante. Erano vistose, ridondanti, esagerate, progettate per conquistare più lettori possibile e spesso, di proposito, non lasciavano intendere se la storia sarebbe stata etero, gay o lesbica. Scrive Ann Bannon nell’introduzione a Strange Sisters di Jaye Zimet: “…le donne impararono a leggere le copertine…se c’era una donna sola, vestita in modo provocante, e se il titolo esprimeva il rifiuto della società nei suoi confronti o il suo auto-disgusto, era un libro lesbico. Se c’erano due donne, se si toccavano, se solo si guardavano, se solo erano vicine, se anche solo erano insieme sulla stessa copertina si poteva sperare che fosse un libro lesbico. E se assieme alle due donne c’era un uomo appartato, imbarazzato od ostile o sofferente… andavi a colpo sicuro”.
Le illustrazioni erano disegnate in uno stile iper-realistico e a volte venivano riciclate, con piccole variazioni, per altri tascabili. Le protagoniste erano ritratte in camera da letto o in salotto, più raramente in bagno e ancor più raramente all’aperto. Le butch di solito avevano capelli corti, castani o neri o anche rossi, portavano i pantaloni, qualche volta gonne lisce e camicette maschili, e quasi sempre avevano una posizione predominante rispetto all’altra donna, a cui lanciavano sguardi ambigui. Le femme erano bionde, con i capelli lunghi, attraenti e truccate e indossavano vestiti corti con ampie scollature, oppure soltanto lingerie; stavano sedute o reclini, spesso in primo piano rispetto alle loro amanti. Gli artisti provenivano dalle riviste popolari e fra i più prolifici e i più bravi vi erano Barye Phillips, Robert Maguire, Robert E. McGinnis. Con l’andare degli anni le copertine, a dispetto dei timori censori, si fecero sempre più audaci e provocanti. Nello stesso tempo i contenuti scivolarono inesorabilmente verso la pornografia più o meno soft. I titoli non erano da meno: schiere di odd girls, twilight lovers, strange sisters, lesbo wives, dykes, gay, butch, lez, queer women vivevano passioni tormentate, piaceri proibiti, attrazioni viziose, desideri pervertiti, unioni immorali, triangoli indecenti, giochi depravati e pericolosi. Il tutto nell’oscurità, fra le ombre, nel peccato, sui versanti tenebrosi dei sentimenti, sussurrando e bisbigliando le parole dell’amore che non osa pronunciare il proprio nome.
All’inizio degli anni Sessanta lo spazio dell’espressione artistica si amplia, la rivoluzione sessuale si avvicina, la concezione di quello che è considerato pornografico oppure no subisce significativi cambiamenti. Il boom del pulp volge al termine: gli argomenti che una volta erano relegati ai paperback ora trovano spazio in film, libri, riviste. In ogni caso, il successo del format tascabile ha cambiato l’industria editoriale e ha reso incerta la distinzione tra edizioni hardback e paperback. Chi compra oggi un romanzo rilegato? Mi fermo qui. Nel 1964 uscirà Desert of the heart, di Jane Rule; nel 1965 Mrs. Stevens hears the Mermaids Singing di Mary Sarton; nel 1969 A Place for Us (Patience and Sarah) di Isabel Miller. L’epoca d’oro del pulp lesbico era finita, iniziava la stagione delle rivendicazioni e dell’affermazione.










































è un’analisi interessantissima! Mi chiedo da dove sono state reperite le fonti e le immagini, se è frutto della lettura personale di ogni romanzo citato, oppure se è stato trasposto da altri studi. Mi sembra che in Italia non ci sono trattazioni specifiche, almeno io non ne conosco, puoi consigliarmene qualcuna sulla letteratura pulp di genere?
grazie mille!
(sto raccogliendo materiale per una tesi…)
M.
Cara Musidora, per scrivere questo saggio mi sono documentata soprattutto su testi americani, perché in italiano esiste ben poco. La pulp fiction lesbica mi appassiona da almeno due decenni e ho letto la maggior parte dei romanzi citati (in inglese). Inoltre possiedo alcuni pulp originali degli anni Cinquanta. I romanzi della Bannon (e pochi altri) sono stati riediti negli ultimi anni, da piccole case editrici americane specializzate. A settembre sono stata a New York e ho visitato The Lesbian Herstory Archives di Brooklyn che possiedono la più grande raccolta di pulp lesbici degli anni Cinquanta. Sul web di immagini ne trovi moltissime, e anche qualche notizia utile (in inglese). Per l’articolo, ho anche usato foto che ho scattato alle copertine dei miei libri. Al mio articolo devo ancora aggiungere la bibliografia… Ciao e buon lavoro!