Cara Ann, sono orgogliosa di essere la tua prima intervistatrice italiana. Innanzitutto vorrei domandarti com’è successo che negli anni ’50 hai iniziato a scrivere romanzi lesbici e come mai hai scelto proprio questa tematica.
A quell’epoca ero una giovane mamma intrappolata in un matrimonio che sembrava uscito direttamente dai tempi della regina Vittoria. Anche se a suo modo mi amava, mio marito voleva controllarmi, voleva che fossi d’accordo con lui su tutte le cose e scoraggiava le mie amicizie. Pochi giorni dopo aver pronunciato i voti nuziali ho capito di aver fatto un errore terribile. Però, a differenza di molte altre donne, io avevo un rifugio segreto: le mie fantasie. Pensavo di poter vivere solo con i miei sogni, e quando ciò non mi bastava, adottavo un’altra strategia: sapevo di poter scrivere, il che per me aveva l’effetto di rendere reali le fantasie. Cominciai a scrivere le storie nella mia testa, storie che mi hanno aiutata a salvaguardare il mio equilibrio nel mondo reale. All’inizio ho cercato di scrivere di relazioni eterosessuali, nella speranza di produrre qualcosa di “rispettabile” da mostrare a mia madre. Ma il mio cuore stava con le giovani donne che nelle storie erano eccitate dalla compagnia l’una dell’altra. Quando raccontavo le loro vicende la mia prosa si caricava di emozione ed energia. Penso di poter dire che scrivevo per salvare la mia vita e il mio equilibrio mentale e, con mia sorpresa, i romanzi parlavano di amore fra donne. Non potevo scrivere in nessun altro modo. Quando il mio editore, Dick Carrol della Gold Medal Book di New York, scartò la maggior parte della relazione etero del mio primo libro Odd Girl Out, e mi disse di sviluppare la storia d’amore fra Beth e Laura, la cosa mi stupì e mi imbarazzò, ma aveva ragione. “Quella è la tua storia”, dichiarò. “Quando scrivi delle due donne, il romanzo prende vita”. Tornai a casa e riscrissi tutto il libro. Gold Medal Book lo pubblicò nel 1957 senza cambiare una sola parola, e divenne il bestseller di quell’anno fra i tascabili pulp inediti. Detto ciò, voglio aggiungere che negli altri miei libri della serie venivano affrontate diverse tematiche: amore eterosessuale, amore interrazziale, matrimonio e bambini fra un gay e una lesbica. Penso di essere stata abbastanza coraggiosa nel trattare vari soggetti. Ma, come ho detto prima, se non scrivevo del piacere erotico che una donna prova quando si innamora di un’altra donna, non riuscivo a dare vita vera alle storie.
Ho letto in una intervista che hai chiesto aiuto a Vin Packer per il tuo primo romanzo. Perché proprio lei?
Avevo letto Spring Fire di Vin Packer (il cui vero nome è Marijane Meaker) quando ero sposata da poco. Mi colpì e mi diede molta energia. Non immaginavo che ci fossero donne che scrivessero della gioia di avere relazioni romantiche fra di loro e che parlavano in modo naturale e poetico del potere della loro attrazione sessuale. Vin Packer lo faceva molto bene. Mi dissi:”Anch’io posso farlo. IO LO FARO’!” Da sempre volevo scrivere, ma non ero sicura di che cosa scrivere. Ero giovane ed insicura e molto cauta nell’affrontare in un romanzo un argomento così controverso come il lesbismo. Ma Vin Packer non solo mi ispirò. Quando le scrissi per presentarmi e domandarle indicazioni, lei si rese disponibile con insolita generosità. Si offrì di presentarmi a Dick Carrol, il caporedattore di Gold Medal Books, che a quel tempo era la principale casa editrice di tascabili. Tutto ciò cambiò la mia vita. E lanciammo la serie delle “Beebo Brinker Chronicles”, tutti i miei romanzi. Vin Packer scrive ancora romanzi di successo sotto lo pseudonimo M.E. Kerr. Penso che senza il suo interessamento e il suo aiuto probabilmente non avrei mai avuto la possibilità di avere una carriera come scrittrice.
Gli editori ti facevano delle richieste specifiche per i tuoi romanzi? Per esempio, ti venivano domandate scene di sesso esplicito o finali tragici per le protagoniste?
Fra tutte le case editrici di tascabili pulp di quel periodo, Gold Medal Book era la più grande, quella di migliore qualità e quella che aveva più successo. Non aveva bisogno di stabilire dei requisiti per i suoi scrittori, e non mi forzava a scrivere roba spinta. Però le case editrici più piccole, in difficoltà economiche, richiedevano ai loro autori un certo numero di scene di sesso. Non solo, volevano che alla fine della storia una delle due amanti morisse. La morte era vista come una sanzione simbolica per un comportamento sessuale condannato socialmente.
La mia casa editrice aveva scoperto, soltanto pochi anni prima di accettare il mio Odd Girl Out, che i romanzi inediti lesbo-pulp rappresentavano una miniera d’oro. Quando sottoposi il mio manoscritto intravidero le possibilità di un grande successo e quando riscrissi la storia dell’amore fra le due ragazze gli editori la accettarono esattamente come l’avevo scritta. Non ebbi mai pressioni per metterci più sesso, forse perché il libro era già sexy. Le ragazze, da un punto di vista attuale, erano piuttosto innocenti. Ma il contenuto emozionale era potente e irresistibile, le storie d’amore prendevano profondamente e i personaggi erano interessanti. Non mi fu mai richiesto di aggiungere un finale tragico, forse perché i personaggi nelle mie storie erano attraenti e i lettori li avevano presi a cuore. Altre giovani scrittrici non furono fortunate come me, e furono costrette a uccidere le loro eroine o a scrivere scene di sesso di cattivo gusto per altre case editrici. Veramente la maggior parte dei peggiori libri e dell’erotismo a buon mercato era scritta da uomini e molta robaccia presentata come lesbica era soltanto pornografia scritta da e per uomini.
A noi autori non veniva data alcuna possibilità di influenzare le scelte del capo redattore: era lui che sceglieva le copertine e i titoli. Dovevano essere sexy, sensuali e provocanti, per far vendere i libri. Se sulla copertina c’erano due donne carine, ritratte in modo che una guardava l’altra con desiderio, si poteva immaginare una storia lesbica. Di solito la butch aveva i capelli neri e la femme era bionda. Spesso vestivano lingerie o indumenti trasparenti. A volte la butch indossava i pantaloni, che per gli anni ’50 era ancora un fatto piuttosto ardito. E spesso i titoli, i sottotitoli e le copertine suggerivano sesso illecito. Definizioni come “proibito”, “amanti crepuscolari”, “scioccante”, “peccato sussurrato” accompagnavano l’arte di seduzione del potenziale lettore. Artisti straordinari, come Robert Maguire e Barye Phillips, erano chiamati a dipingere le tavole per le copertine.
Con i miei libri sono stata fortunata: le copertine erano ben fatte e a volte è stato compiuto anche uno sforzo per farle corrispondere al contenuto. Soltanto la copertina originale di Beebo Brinker era orribile: la mia eroina butch, grande, bella, spavalda, era dipinta come una modella da magazine, magra, carina, col rossetto e i capelli acconciati alla moda del tempo. La sola concessione alla sua identità butch era un paio di scarpe da uomo, ma l’effetto era rovinato dai calzini rosa! Le nuove edizioni dei miei romanzi presso Cleis Press riprendono lavori degli anni ’50 e ’60 eseguiti per altri tascabili pulp. Non c’è più il diritto d’autore, e si possono usare liberamente. Le copertine scelte per i miei libri vogliono illustrare le storie e i personaggi e riflettere lo stile di quell’epoca.
Vuoi raccontarci qualcosa della scena della fiction lesbica di quegli anni? Per esempio, conoscevi altre scrittrici oltre a Vin Packer? Eri a conoscenza del primo gruppo organizzato di lesbiche, “The Daughters of Bilitis”? Leggevi la rivista lesbica “The Ladder”?
A quel tempo, quando scrivevo i miei libri, vivevo nel sud della California ed ero all’apparenza niente più di una normale casalinga e una mamma, isolata dal mondo gay e lesbico. Ero in corrispondenza con Vin Packer, che mi ha aiutata ad attraversare quegli anni repressivi, e con una o due scrittrici dell’epoca, che vivevano lontano sulla East Coast, per lo più a New York. Ho fatto dei tentativi per contattare qualcuna delle donne di “The D.O.B.” e le ho incontrate una volta o due. In ogni caso, aggirare i sospetti e i rimproveri di mio marito mi richiedeva dei piani elaborati e qualche piccola bugia.
Nomi come Dell Martin, Phyllis Lyon (fondatrici delle D.O.B.) e Gene Damon (nom de plume di Barbara Grier) mi erano familiari. Quando venivano pubblicati, Barbara Grier recensiva i miei libri per la rivista “The Ladder”. Ma è stato soltanto dopo quasi 22 anni che l’ho incontrata. A volte ero in grado di procurarmi una copia di “The Ladder” e leggerla. Ma dovete immaginare tutto questo nel contesto di un matrimonio repressivo, con due bambine piccole, che adoravo, di cui prendermi cura. E poi volevo difendere la mia famiglia dall’umiliazione che sarebbe derivata dalla rivelazione della mia vera identità. Così davvero avevo bisogno di un “armadio” sicuro in cui rinchiudermi.
Quando ero ragazzina, mi ero presa una gran cotta per la Statua della Libertà, perché pensavo che fosse la più bella, la più grande e la più forte immagine di donna che avessi mai visto. Al liceo le mie infatuazioni avevano per oggetto ragazze più vecchie di me, brillanti, intelligenti e irraggiungibili e le vivevo in modo molto prudente. All’università ho cominciato a capire che cosa veramente significassero gli impeti di emozione che sentivo per qualcuna delle incantevoli donne con cui vivevo, e questa cosa mi ha sconvolta. Mi piacevano le sensazioni che provavo, ma avevo paura ad esprimerle apertamente. Così ho fatto quello che fanno molte persone creative: ho iniziato a fantasticare, e le mie fantasie hanno preso la forma di storie narrate, ma nella mia testa, e solo per il mio piacere. Naturalmente mi ispiravo alle ragazze che avevo attorno. Quella che mi ha suggerito Beebo era una ragazza insolitamente alta e atletica, aveva capelli biondo scuro, grandi occhi blu e un aspetto autorevole. Aveva persino un soprannome da ragazzo. Era di una bellezza non usuale e io ero affascinata da lei. Ma, ahimè, era assolutamente etero e già innamorata del giovanotto che avrebbe sposato. Ho preso il nome “Beebo” da una amichetta d’infanzia, a cui i genitori avevano dato un nome completamente diverso, che lei non riusciva a pronunciare. Lottando per articolare correttamente il nome, aveva prodotto il suono “Beebo” e la sua famiglia aveva cominciato ad usarlo. Non sapevo allora che quel nome mi sarebbe suonato così bello vent’anni più tardi, quando cercavo un nome per il mio personaggio principale. Né la mia amica di college a cui la mia eroina assomigliava, né la bambina che non riusciva a pronunciare il proprio nome hanno la benché minima idea di aver contribuito in modo anonimo ad una famosa serie di romanzi lesbici, e mai glielo dirò. Ma per quelle fra voi che sono interessate, c’è nel mio sito www.annbannon.com il mio “album di famiglia” con mie foto degli anni del college, alcune delle quali prese con le amiche. La mia “Beebo” è una di loro, e potete divertirvi ad indovinare qual’è! Comunque, lei non è stata il modello emozionale o intellettuale per la mia eroina. Nei romanzi Beebo è un mix di varie butch bellissime e spaccone, vere e genuine, incontrate nel Greenwich Village, la Mecca gay degli anni Cinquanta, che mi hanno fornito l’ispirazione per Beebo come la conoscono le lettrici.
Se tu dovessi creare una nuova eroina lesbica per i nostri tempi, come sarebbe?
Un’eroina lesbica per il nuovo secolo! Sarebbe divertente portarla alla luce! Avrebbe un sacco di coraggio, perché il lesbismo non è ancora un’identità facile e comoda. Avrebbe un cuore generoso, grande abbastanza per comunicare forza ed ottimismo alle giovani donne d’oggi. Sarebbe politicamente coraggiosa e attiva in cause che promuovono la comprensione e la comunicazione fra le comunità gay ed etero. Avrebbe una mente brillante e un profondo senso dello humor. Sarebbe bella, alta e forte come la Beebo originale. E sprigionerebbe lo stesso fascino irresistibile, quel “non so che” carismatico e sexy che seduce le donne adesso come allora. Ancora una cosa: sarebbe più vecchia, più spiritosa, e più saggia della giovane e avventata Beebo. Le donne più vecchie sono le amanti più incantevoli, non vi pare?
C’è qualcosa che ti manca di quei giorni? C’è qualcosa di buono che quell’ era così repressiva ha lasciato alle lesbiche?
Sicuramente non mi manca la repressione, la paura, la negazione di sé che tante di noi hanno dovuto sopportare mezzo secolo fa. Vivevamo nel terrore di perdere i nostri figli, le relazioni, il lavoro, di dover addirittura finire in galera, e solo per essere gay. A quel tempo essere omosessuali era un reato penale negli Stati Uniti e in gran parte del resto del mondo. Oggi, per molti giovani gay e lesbiche, questo è un fatto incredibile e scioccante. Ma sono sempre stata convinta che le nostre battaglie di quei giorni hanno preparato il terreno per gli importanti successi, dieci anni dopo, del Movimento dei Diritti Civili e delle Donne. Quelle rivoluzioni dovevano cominciare da qualche parte e sono cominciate con noi, giovani gay e giovani lesbiche degli anni Cinquanta, spaventati, isolati, che cercavano di conformarsi alle norme sociali, almeno di fronte agli altri. Ma sotto l’esteriorità convenzionale ribollivamo di nuove idee e di coraggio e, lesbiche e gay assieme, ad uno ad uno, abbiamo cominciato a farci avanti e a far conoscere il valore delle nostre vite. Questo è il gran bene di quel brutto passato, la nostra vera eredità.
Come ti senti ad essere una leggenda per così tante lesbiche? Credo che tu già fossi una leggenda quando i tuoi romanzi vendevano milioni di copie!
Grazie per il gentile appellativo! Mi sento incredibilmente fortunata per essere conosciuta da tante lesbiche e per il fatto che il mio lavoro sia così apprezzato. Molte di loro avrebbero riso se mi avessero vista negli anni Cinquanta battere sui tasti in completa solitudine, in compagnia solo delle mie bambine che si stringevano alle mie gonne. Credo che poche avrebbero letto le parole che scrivevo; parole che scrivevo sia per esprimere le mie passioni che per far leggere la gente. Persino quando era chiaro che la gente leggeva i miei romanzi, pensavo di scrivere fiction “usa e getta”, che non sarebbe durata più dei pochi mesi in cui era sul mercato. Eppure per cinquant’anni i miei libri hanno continuato ad essere ristampati da un editore e dall’altro. Per me è un fenomeno sbalorditivo e gratificante. Penso che la spiegazione sia da ricercare nel fatto che i racconti catturavano qualche cosa della storia sociale e sessuale di un’epoca che ancora interessa. E poi i personaggi stessi hanno ancora qualcosa da dire alle generazioni d’oggi, sulla vita, sull’amore, sulla scoperta di sé.
Quale posto pensi di occupare nella comunità LGBT?
Credo di essere diventata qualcosa come un reperto storico! Parlando sul serio, penso di essere diventata, nonostante tanta paura ed isolamento, un simbolo di resistenza e -se non pretendo troppo- di coraggio. Se siamo riusciti ad essere gay e lesbiche nel più oppressivo e giudicante dei periodi e a farcela senza perdere l’onore e lo humor, vuol dire che c’era speranza per tutti. Credo che molti personaggi importanti della comunità lesbica e gay che ho incontrato mi considerino una innovatrice e una capostipite. Mentre battevo sui tasti della mia vecchia macchina per scrivere non immaginavo che i lettori mezzo secolo dopo ancora avrebbero conosciuto il mio nome e si sarebbero interessati ai miei lavori. Nessun scrittore potrebbe chiedere di più.
Stai lavorando su qualcosa di nuovo? Possiamo sperare, dopo tanti anni, di leggere un nuovo romanzo?
Veramente ho uno scritto sul mio computer, iniziato circa dieci anni fa. Ha bisogno di un mucchio di lavoro ma in effetti narra la storia di quello che è accaduto negli anni a Beebo Brinker e a alle altre. Ma riuscire a lavorarci e a pubblicarlo, quella è un’altra faccenda! Il mio editore alla Cleis Press mi ha chiesto di scrivere delle memorie, e credo che prima mi dedicherò a questo. E poi viaggio molto e tengo molte conferenze, il che riduce il mio tempo per scrivere. Ma sono sicura che uno di questi giorni, in un futuro non molto lontano, Beebo apparirà di nuovo nelle pagine di un libro e si presenterà alle lettrici più giovani che hanno saputo di lei solo dalle loro sorelle più grandi!
Tu sai che in Italia non c’è stato un fenomeno paragonabile alla pulp fiction lesbica degli USA e fino ad oggi solo uno dei tuoi libri è stato tradotto in italiano. C’è qualcosa in particolare che vuoi dire alle tue nuove lettrici italiane?
Voglio che le mie lettrici italiane sappiano quanto sono felice di aver fatto la loro conoscenza e quanto significhino per me il loro interesse e il loro supporto. È eccitante sapere che le mie storie sono arrivate fino in Italia. Non si dice che “Tutte le strade portano a Roma?”. E forse anche a tutte le altre città grandi e piccole del vostro bellissimo paese! E per piacere, care italiane, venite a visitare il mio sito, incontrare la mia famiglia e altri personaggi importanti del panorama gay e lesbico in America: www.annbannon.com. Mi potete anche scrivere: annbannon@annbannon.com. Mi farebbe molto piacere leggervi.







