Poco più di niente
Voglio parlare della tua vita E.R.
(scrivo solo le iniziali perché sei minorenne
e il viso nella foto è reso irriconoscibile
da quadretti colorati e sfocati)
della tua vita che vale poco più di niente.
Il pomeriggio verso le cinque
indossi la tua sgargiante divisa da combattimento,
stivaloni rossi con la zeppa di dieci centimetri
minigonna di plastica bianca, top luccicante
più una giacchetta verde fosforescente per la notte,
per il freddo umido del lungofiume,
perché nessun automobilista ti metta sotto.
Vestiti assurdi che S.S. ti ha comprato al mercato.
(Scrivo solo le iniziali perché più significative
del nome e del cognome registrati per esteso).
Ti vesti E.R. e non hai nemmeno più le lacrime agli occhi,
come tutti i giorni sei mesi fa quando
le tue compagne ti chiamavano Lacrima Facile.
Qualcosa dentro di te che era morbido e tenero
ha preso la consistenza di una pallottola di piombo.
Ti guardi allo specchio, controlli il trucco da guerra,
tiri giù la gonna, ma è inutile, non copre un bel niente;
infili la giacchetta e diventi una bandiera,
la bandiera tricolore, la bandiera dell’Italia.
L’Italia, il paese in cui puoi trovare tanti clienti.
Il paese delle opportunità, dove cominciare una nuova vita,
la tua America che ti stava aspettando
e ti ha spalancato le portiere delle automobili.
S.S. ti accompagna con una Mercedes di seconda mano
al tuo pezzo di strada. Che non provino a toglierglielo!
Li ha pagati cari e adesso bisogna farli fruttare,
i tre sudici metri di marciapiede e di asfalto.
Datti da fare e porta molti soldi, P.S.!
(Scrivo solo le iniziali, perché sono eloquenti:
al Pronto Soccorso forse potrebbero riuscire
a curare, medicare, alleviare la tua sofferenza).
Devi lavorare fino alle 4 del mattino,
fino all’ultimo gruppo di ragazzi
che ti strappano definitivamente la voglia di vivere.
Hanno bisogno di divertirsi un po’,
sono giovani, dobbiamo capirli, che male hanno fatto?
Lasciali divertire, tu sei solo uno straccio,
E.R. o P.S. o A.D. o come ti chiami, quale che sia il tuo nome
non ha importanza, perché avete tutte un nome sbagliato.
Quando l’alba è vicina e il cielo impallidisce,
gli alberi iniziano a cambiare colore e le stelle scappano via,
S.S. ti riconduce all’appartamento.
Appendi i tuoi vestiti in un angolo, ordinati,
per non sciuparli, perché domani li devi usare di nuovo.
Anche le tue compagne stanno rincasando.
Non le saluti nemmeno. In loro tu vedi te stessa e le odi.
Prendi un sonnifero e nascondi le tue banconote,
quelle che S.S. ti ha lasciato, nel fondo della valigia,
sotto le fotografie della tua famiglia. Ti chiedi
dove sono finiti tutti quanti, dove sei finita tu,
ti chiedi dove è finito il tuo corpo, dov’è stato scagliato,
perché non riesci a ritrovare le tue mani, le braccia, le gambe.
Diranno che non hai voglia di lavorare,
che ti piacciono i soldi facili.
Diranno che sei nata per quello e ti si legge in faccia;
diranno che è il mestiere più vecchio del mondo;
troveranno tutte le scuse per poterti violentare
e avere la storia, la legge e la natura dalla loro parte.
Diranno che è una tua scelta, sei tu che lo vuoi fare,
diranno che sei una vergogna
diranno che è tutto normale
diranno che sei una schiava
diranno la schiavitù non esiste
diranno che nessuno può farci niente
diranno facciamo qualcosa
diranno che fai schifo, e poi che fai pena,
diranno….. altro e altro ancora.
Ma tu non li senti, adesso sei come morta,
buttata su questo letto che ha lenzuola strappate
e il cuscino macchiato di altre lacrime e altre fatiche.
Non le senti, le voci di chi ha una voce,
e anche la mia ti annoia:
in fondo, che cosa ne so, io, della tua vita?
Scivoli lontano, nel sonno;
ora sei solo una ragazzina che dorme, in esilio,
aggrappata a quel poco più che sta vicino a niente.
Nel 2007 questa poesia ha vinto il primo premio al concorso di poesia civile Carlo Alberto dalla Chiesa di Chivasso.

