Questa recensione è stata pubblicata nel numero 115 del 2005 di Leggere Donna.
Dieci anni fa, il 4 febbraio 1995, moriva Patricia Highsmith. Nel 2003 è uscita in Gran Bretagna la prima biografia della scrittrice americana, Beautiful Shadow: A Life of Patricia Highsmith, scritta da Andrew Wilson per Bloomsbury. Nello stesso anno, negli Stati Uniti, Marijane Meaker ha pubblicato Highsmith – A Romance of the 50s, il racconto della loro storia d’amore durata due anni.
È un venerdì sera della primavera 1959. Patricia Highsmith, venerata e riverita come Claire Morgan, l’autrice di The Price of Salt, l’unico romanzo lesbico con un lieto fine nella storia della letteratura, è seduta al bar di un locale gay del Village e sorseggia gin. Ha 38 anni, è alta, bella, affascinante nel suo trench chiaro. A Marijane Meaker, sette anni più giovane, autrice affermata di paperbacks (lesbici e non solo) appare come un mix di Rudolf Nureyev e del Principe Valiant. Non si lascia sfuggire l’occasione di avvicinare il suo idolo, trova il coraggio di presentarsi, iniziano a chiacchierare e scocca la fatidica scintilla.
Il racconto è piacevole, strutturato come un romanzo fitto di dialoghi (Meaker aveva l’abitudine di tenere un resoconto delle sue conversazioni) e riporta anche lunghi brani di lettere. Ci svela una Highsmith dolce, fragile, divertente, generosa e insieme alcolizzata, solitaria, insicura, rancorosa e razzista. È un libro che le sue fan non dovrebbero lasciarsi sfuggire, per la gran dovizia di aneddoti e di indiscrezioni sulla sua vita privata e sul conflittuale rapporto di odio-amore che aveva con la madre, una donna possessiva e dispotica, ma anche un’artista che le aveva trasmesso l’amore per la pittura.
Patricia Highsmith beveva in modo grandioso e aveva un drink per ogni occasione: “cooking drinks”, “dressing drinks”, “argument drinks”, “sleepless night drinks” e così via. Al mattino già si faceva robusti cocktail e la sua compagna non sopportava che l’alcool avesse un posto tanto importante nella sua vita. Meaker nutriva un certo senso di inferiorità nei confronti della scrittrice più famosa e importante, dovuto al fatto di essere “soltanto” un’autrice di tascabili. Si era creata un ideale romantico che male si adattava alle debolezze e all’umanità di Patricia. Inoltre ne era assai gelosa ma nello stesso tempo non disponibile a seguirla nei suoi lunghi soggiorni in Europa. Highsmith era malata di wanderlust, un forte desiderio di viaggiare, e viveva con la perenne voglia di essere altrove. Di solito si imbarcava all’ultimo minuto, portandosi dietro una borsa con i vestiti e la macchina per scrivere, su qualche cargo a vapore che con poche ore di preavviso le assegnava una cabina. All’inizio del 1960, dopo un viaggio in Europa durato quattro mesi, le due scrittrici si mettono d’impegno per far funzionare la loro relazione. Decidono di allontanarsi da New York, dove Pat non riesce a scrivere e Marijane vede in ogni donna una potenziale rivale. Prendono casa nella campagna della Pennsylvania e tutto sembra procedere per il meglio. Rispettano i reciproci spazi, tempi e lavori e si dimostrano tenere e affettuose. Patricia passa la mattinata a scrivere, mentre nel pomeriggio disegna, si dedica al giardinaggio e soprattutto al bricolage. Stira personalmente le sue camicie bianche e i suoi pantaloni e per la cena si presenta sempre in modo impeccabile. Le cose vanno peggiorando dopo che il suo editore, Harper Brothers, le rifiuta The Two Faces of Janus, su cui ha lavorato per molti mesi. L’insoddisfazione e l’eccessivo consumo di alcool fanno sì che ogni pretesto sia buono per litigare e alla fine anche la voglia di partire si fa incontenibile. Decide di andarsene e nel 1963 si trasferisce in modo definitivo in Europa.
Riprende i contatti con Marijane nel 1988, ventisette anni dopo il loro addio. Si rivedono a New York nell’autunno del 1992. Patricia è sempre la stessa, solita camicia bianca, solito trench, qualcosa della vecchia bellezza. Ma tanti anni di vita da semi-reclusa l’hanno resa ancor più amareggiata, depressa e piena di astio verso l’America, le donne, i neri, gli ebrei. Meaker è convinta che il suo antisemitismo fosse dovuto al fatto che la maggior parte degli editori americani erano ebrei e non apprezzavano a fondo la sua scrittura. In ogni caso, si è sempre rifiutata di vendere i diritti dei suoi libri ad Israele. Un’americana che odiava l’America, una liberal razzista, una lesbica misogina, un’emotiva che si difendeva col sarcasmo, Highsmith era un personaggio con stridenti contraddizioni, ma di grandissimo ed immutato fascino.
Marijane Meaker, Highsmith – A Romance of the 50s, Cleis Press, San Francisco, 2003, pp. 207


