Questa recensione è apparsa nel numero 106 del 2003 di Leggere Donna.
Laura e Beebo nel Village
È uscito da poco in libreria negli Oscar Mondatori Lesbo Pulp di Ann Bannon, e mi è venuto da gridare al tradimento. Il titolo è ad effetto: Pulp dopo il film di Tarantino è stato usato ed abusato e lesbo, si sa, ha sempre un grosso impatto. Sulla copertina c’è la foto (scattata da Bernard of Hollywood, Re del glamour e fotografo delle dive) di una pin-up bionda avvolta da un copricapo indiano di piume che le copre tutto il corpo, cioè le copre la schiena e la lascia nuda davanti. Non capisco cosa c’entri con il contenuto del libro questa immagine, che era stata anche copiata per una copertina di un magazine americano degli anni ’50 per soli uomini, Sir. Le parole di richiamo sulla prima pagina, il cosiddetto blurb, lasciano presagire un racconto porno soft. Apro il libro e vado a vedere il titolo originale. Non c’è, e non c’è nemmeno il nome della traduttrice (o del traduttore). Ci sono solo i nomi dei curatori, tali Berbera&Hyde. Da una rapida ricerca su internet vengo a sapere che costoro, una donna e un uomo, ideano, gestiscono e producono “progetti di comunicazione legati all’erotismo, dedicati ad un pubblico colto e sofisticato” (trascrizione dal loro sito sul web) e hanno curato per la Mondadori gli Oscar dedicati alla letteratura erotica contemporanea. Inoltre hanno realizzato anche altri progetti, come lo Spicy tg, quotidiano on-line dedicato all’erotismo. Mi domando: che cosa ci fa Ann Bannon nelle loro grinfie? Vorranno vampirizzarcela sotto gli occhi?
Vado a casa, guardo fra i miei libri e scopro che questo Lesbo Pulp è la traduzione del romanzo I am a Woman, edito per la prima volta nel 1959 presso la casa editrice americana Fawcett nella collana dei Gold Medal, quella che ha come distintivo una medaglia d’oro, che la Longanesi ha in qualche modo copiato per la coccarda stampata sulla copertina dei suoi pocket degli anni ’50 e ’60.
Sono una lettrice appassionata di pulp fiction lesbico. Qualche anno fa, durante un viaggio negli Stati Uniti, ho trovato alcuni di questi romanzi e me li sono letti d’un fiato. Mi era sembrato incredibile che negli USA negli anni Cinquanta ci fosse stata una tale proliferazione di romanzi che raccontavano storie fra donne. A partire dal 1939, anno del primo tascabile Gold Medal e poi negli anni 40 e 50, i paperbacks in USA hanno vissuto una stagione ineguagliata. Ci fu un’esplosione di tirature senza precedenti con vendite di molti milioni di copie. Diverse case editrici sfornavano senza sosta tascabili che si vendevano nelle stazioni ferroviarie e degli autobus, nei drugstore, nelle edicole, nei supermercati. Ora questi libri sono diventati oggetti di culto e alcuni vengono pagati a peso d’oro dai collezionisti. Si tengono annualmente mostre-mercato visitate da migliaia di appassionati dove sono venduti, scambiati e comprati con fervore. Le autrici (e gli autori) spesso usavano degli pseudonimi, anche più d’uno. Molti di loro scrivevano senza alcuna velleità artistica, dando fondo, sotto lo stimolo degli editori, a tutto il repertorio più “popolare” che conoscevano, fatto di violenza, scandali e sesso, consapevoli di scrivere una letteratura di serie B. Utilizzavano una base pre-lavorata a cui aggiungevano vari gusti, più forti o più morbidi a seconda del pubblico a cui si rivolgevano. Gli editori, per vendere meglio i romanzi, da un lato spronavano i loro scrittori a spingersi fino ai limiti permessi dall’epoca e oltre, dall’altra parte dovevano fare attenzione a non incappare nella Commissione d’inchiesta per il materiale pornografico istituita nel 1952 dal Parlamento americano per arginare un fenomeno che stava dilagando verso la pornografia.
Accanto a polizieschi, gialli, western, romanzi d’amore, di fantascienza, di terrore, un filone particolarmente fiorente era rappresentato dai romanzi gay e lesbici. I titoli si contano a decine. Gli autori di romanzi pulp lesbici erano uomini (che volentieri utilizzavano pseudonimi femminili) e donne (che spesso erano lesbiche). Fra le autrici, alcune erano dei veri talenti, e sarebbero diventate in seguito grandi scrittrici e campionesse di vendite con i loro veri nomi, come ad esempio Marion Zimmer Bradley, l’autrice de Le nebbie di Avalon che scriveva, tra gli altri, con lo pseudonimo di Miriam Gardner. È anche il caso di Ann Bannon, divenuta fra le lesbiche, negli anni, una vera star. Mentre per Patricia Highsmith, che con lo pseudonimo di Claire Morgan nel 1952 scrisse Carol (in origine The price of salt), si può parlare di un caso letterario attiguo ma non completamente dentro al fenomeno pulp.
Il libro che è arrivato adesso in Italia, in questa discutibile collocazione editoriale, fra antologie Latex, Sextoys e Spicy, è in ordine cronologico il secondo scritto dalla Bannon. Si tratta del seguito del primo romanzo, uscito nel 1957. Laura, la protagonista, timida e insicura, ha lasciato il college dove studiava giornalismo e decide di trasferirsi a New York, al Greenwich Village, dove incontrerà un mondo totalmente nuovo, misterioso ed eccitante: la comunità dei gay e delle lesbiche. Infatti la vita gay in quegli anni ferveva nel Village come nella Parigi degli anni Venti, o nella San Francisco degli anni Ottanta. In un locale del Village, The Cellar, avviene il suo (e il nostro) primo incontro con Beebo Brinker, il personaggio più amato dalla Bannon e dalle sue lettrici. Beebo è la classica butch anni Cinquanta: ha scelto un lavoro che le permette di indossare i pantaloni, è bella e mascolina, nello stesso tempo fragile e prepotente, irresistibile e cinica. Laura, anche se infatuata della sua compagna di appartamento, una giovane bionda eterosessuale a caccia di emozioni forti, cede alla fine all’attrazione che sente per Beebo. Beebo, a differenza dell’altra, non ha ambiguità; è una “diversa” terribilmente sincera nella sua scontrosità, non ha paura di farsi vedere com’è, segnata dalle esperienza e dalla disillusione.
Quando scrisse il primo romanzo, la Bannon aveva poco più di vent’anni, aveva terminato il college, si era sposata, viveva in una villetta della suburbia di Philadelphia, e non aveva nessuna esperienza del mondo lesbico. Secondo la sua stessa ammissione, di libri lesbici ne aveva letti solo due: Il pozzo della solitudine e Spring fire. Era convinta che anche lei sarebbe stata in grado di scrivere una storia e si mise all’opera. Il suo romanzo raccontava della vita di ragazze e ragazzi in un college universitario, cioè l’ambiente che lei meglio conosceva e che da poco aveva lasciato.
Terminato il romanzo si mise in contatto con Vin Packer, l’autrice di Spring Fire, che la presentò al suo editore. Questi le disse che il romanzo non andava, era troppo lungo, ma che c’era un nucleo che poteva essere sviluppato e che avrebbe centrato il segno: la storia delle due ragazze che dividono la camera al college. La cosa sorprese la Bannon, convinta di aver mimetizzato la vicenda della simpatia fra le due ragazze in mezzo a tutte le altre storie. Ritornò nella sua villetta a Philadelphia e, durante le numerose assenze del marito per lavoro, riscrisse il romanzo, che divenne Odd girl out e che raccontava del primo amore di Laura Landon per la sua compagna di stanza, Beth. Il romanzo ebbe uno straordinario successo e fu uno dei due tascabili più venduti dell’anno 1957.
Per scrivere il secondo, I am a woman, la Bannon cercò di approfondire l’argomento gay e lesbico dal momento che, come afferma, non aveva alcuna esperienza pratica. Chiese aiuto di nuovo a Vin Packer, la quale le fece conoscere il Village e i locali della New York gay degli anni Cinquanta. Ogni tanto la Bannon prendeva il treno, andava a New York e frequentava il Village con i suoi numerosi locali gay per respirarne l’atmosfera, trarne ispirazione e trovare le storie da raccontare. I am a woman uscì nel 1959 e vendette milioni di copie. Seguirono Women in the shadow nel 1959, Journey to a Woman nel 1960 e Beebo Brinker nel 1962. Ann Bannon cercava sempre, in qualche modo, di dare alle sue storie un lieto fine. Al contrario, gli editori di tascabili chiedevano ai loro autori di non essere teneri con le lesbiche, di descriverle in modo sordido e morboso e farle finire male, o suicide o sposate.
Le arrivarono lettere a migliaia. Donne lesbiche le scrivevano da tutte le parti degli Stati Uniti per ringraziarla, per farle domande, per spezzare la solitudine delle loro vite senza visibilità in un mondo dove non erano contemplate. Le lesbiche andavano a New York, nel Village, seguivano gli itinerari dei suoi libri come se fossero state guide turistiche, cercavano le strade, le piazze, i locali e l’atmosfera che lei aveva descritto nei suoi romanzi.
Dopo il 1962 Ann Bannon abbandonò le sue giovani eroine lesbiche, la pulp fiction e il suo nome d’arte (aveva anche usato altri nomi, come Ann Thayer e Ann Weldy) e si dedicò interamente ai figli, al suo traballante matrimonio e ai suoi studi, fino a diventare docente universitaria. Dimenticò Beebo e gli altri suoi personaggi per vent’anni. Verso la fine degli anni Settanta accadde ciò che mai avrebbe immaginato: la casa editrice del New York Times, Arno Press, le chiese di includere quattro suoi libri in una collana di letteratura gay. Stranamente il quinto escluso fu proprio Beebo Brinker. Ma la vera sorpresa arrivò nei primi anni Ottanta, quando fu contattata dalla storica casa editrice femminista Naiad Press che voleva ripubblicare tutti i suoi romanzi. Barbara Grier, una delle socie della Naiad, era stata una sua lettrice appassionata e possedeva tutti i suoi libri in edizione originale. A distanza di trent’anni la Bannon visse un secondo grande successo. Alle sue vecchie affezionate lettrici si aggiungeva ora un’altra generazione di donne lesbiche che imparavano ad amarla e a conoscere i suoi personaggi. Poi, all’inizio del Duemila, è stata la casa editrice Cleis a richiedere i diritti dei suoi libri. A differenza delle edizioni Naiad degli anni Ottanta, che avevano copertine abbastanza insulse, la Cleis ha recuperato i motivi delle vecchie copertine, modernizzandole, e per ogni romanzo la Bannon ha scritto una introduzione. Adesso Ann Bannon è diventata un classico della letteratura lesbica e della letteratura pulp, ha partecipato a documentari come Before Stonewall e Forbidden Loves ed è sempre in giro per gli States a tenere conferenze e promuovere i suoi libri. È un autore su cui si scrivono tesi, saggi, articoli e su cui si tengono seminari e corsi nelle Università.
È veramente deludente che in Italia Ann Bannon non abbia trovato posto in un progetto editoriale più dignitoso di quello che ho davanti ai miei occhi, presso una casa editrice di donne, o semplicemente all’interno di una collana più attenta allo spirito con cui ha scritto i suoi romanzi e le sue lettrici, a milioni, li hanno appassionatamente letti. La cornice editoriale in cui a spintoni è stata sistemata per scopi che sono meramente voyeuristici mi ha lasciata profondamente amareggiata. La traduzione della sconosciuta traduttrice (o dello sconosciuto traduttore), anche se efficace per gli scopi di B&H, è imperfetta, un po’ toglie e un po’ aggiunge, ma soprattutto non è fedele allo spirito della Bannon. Fottere, scopare, stronzo, cazzo, vacca in calore, vaffanculo, nei libri della Bannon non avevano diritto di domicilio.
L’editore della Bannon voleva mantenere sui romanzi della sua giovane scrittrice una patina di “innocenza”, al punto di censurarle il termine shit. L’unico termine “spinto” che la Bannon usa di frequente è bitch. Siamo di fronte quindi ad un’operazione filologicamente scorretta, che “forza” il linguaggio della Bannon per ottenere lo scopo dichiarato da B&H nel blurb di copertina: descrivere l’eros “morbosetto” delle lesbiche di un paio di generazioni fa, che adesso diventa “vintage”. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un’operazione modaiola e acchiappa-attenzione che senza tanti complimenti piega la realtà storica ai suoi fini commerciali.
L’intenzione dichiarata della Bannon era di scrivere romantiche storie d’amore fra donne. I suoi personaggi soffrono e lottano e non si arrendono, sono veri, hanno sentimenti, emozioni, vita. Cercano innanzitutto di sopravvivere in una società ostile, che giudica i loro comportamenti immorali, da reprimere e sanzionare. Sono alla disperata ricerca di qualcuno simile a loro, che li capisca, che li accolga, con cui condividere gioie e dolori. Sono alla ricerca di una comunità, nella quale vogliono anche disperatamente trovare un amore.
Laura e Beebo, che avevano vent’anni a metà degli anni Cinquanta, e ora sono vicine ai settanta, ne hanno viste di cose: il movimento per i diritti civili, la rivolta di Stonewall, il femminismo, il movimento gay. Eppure, leggendo le loro storie, qualcosa vibra ancora dentro di noi, e non è solo perché desideriamo avere uno spaccato della vita delle lesbiche degli anni Cinquanta e sapere come vivevano le nostre strange sisters maggiori. Non è soltanto per l’affezione che portiamo a questi personaggi così tenacemente alla ricerca di un po’ di felicità e di uno spazio dove poter vivere liberamente la loro vita in un’epoca tremendamente repressiva. Le loro storie ci prendono perché ci raccontano dell’eterno tema della ricerca dell’amore, così importante in un’epoca in cui gli spazi sociali di espressione personale per le lesbiche erano estremamente ristretti, se non praticamente inesistenti.




