Che cosa spinge un uomo di 35 anni, professionista affermato, cittadino esemplare, suddito leale, a scrivere le proprie memorie? Perché ad un certo punto della vita sente l’impulso irrefrenabile di mettersi a tavolino e riempire un’immensa quantità di pagine, che al compimento del suo progetto saranno più di milleduecento? Egli vive nel Settecento, il secolo che ha prodotto le autobiografie di Vittorio Alfieri, Giacomo Casanova, Carlo Gozzi, Lorenzo da Ponte, Carlo Goldoni, solo per citare i più eccellenti fra quelli che hanno preso la penna per raccontare la storia della loro vita. Avrà forse il nostro tratto ispirazione da questi grandi?
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Dopo una notte trascorsa insonne a rigirarsi nel letto, un mattino di marzo del 1793 il cavaliere Incognito decide che è giunto il momento di svelare ai cittadini di Torino, agli abitanti del regno di Sardegna e al mondo intero il proprio vero nome.
La sera precedente è rientrato a tarda ora, avvilito e confuso, nel suo appartamento di strada Nuova, l’odierna via Roma. È stato con un amico ad assistere ad una rappresentazione al teatro Regio per terminare poi la serata al caffè. Si sono dilungati a chiacchierare e il compagno gli ha riportato le voci che corrono sul suo conto.
<<Li ho uditi con i miei orecchi, carissimo, erano a due passi da me. Uno di loro domandava chi mai fosse questo cavaliere Incognito di cui tutti parlano come ottimo chirurgo e curatore di denti, ernie e gotta. Un altro ha prontamente risposto di sapere per certo che siete il discendente di un principe napoletano. Un terzo è intervenuto per dire che è una falsità, che siete un plebeo invece e che avete rovinato e ucciso più persone di quante siete riuscito a guarirne. Un quarto subito ha soggiunto di aver sentito dire che siete figlio di uno speziale di Mondovì. Un altro, per gareggiare ancor più nell’invenzione e nella menzogna, prorompendo in uno scoppio di risa, ha sostenuto che in realtà voi siete il figliolo di un ciabattino di Senigallia.>>
Nell’ascoltare una tale sfilza di menzogne, l’Incognito, fremente di rabbia, ha battuto i pugni sul tavolo e l’ha pregato di rivelargli chi siano questi calunniatori, per sfidarli a duello e infilzarli uno dopo l’altro con la spada.
<<Mio caro- ha risposto l’amico- non credo riuscirete a duellare con tutti coloro che vi oltraggiano, perché sono troppi ormai. Voi stesso mi dite che almeno ogni giorno ricevete una lettera anonima e che avete rinvenuto ingiuriosi libelli diffamatori in giro per la città. L’invidia è il più insidioso dei vizi capitali, il più perfido, e induce gli uomini a compiere azioni spregevoli. Se non trovate un rimedio per far cessare le cattive voci che vi inseguono, finirà che queste malelingue rovineranno la vostra reputazione. Sarebbe un danno gravissimo per voi, ora che siete divenuto il dentista ordinario di Sua Altezza il Principe di Savoia Carignano e siete in procinto di diventare il dentista onorario di Sua Maestà il Re di Sardegna. Comunque, vi domando di perdonare la mia sincerità, l’opinione che ho maturato al riguardo è che questo fiorire di maldicenze sia da imputare soltanto ed unicamente a voi stesso.>>
Il cavaliere Incognito gli ha chiesto incredulo quale fosse mai la propria colpa: non riusciva a comprendere il motivo di tanta malignità e tanto astio. È vero, la sua vita non sempre è stata perfetta e trasparente, e non ha timore di confessarlo; ma può affermare a fronte alta di averla sempre condotta in modo onesto. Sin da quando ha lasciato la casa paterna, ed era un giovinetto di soli dodici anni, ha cercato di guadagnarsi da vivere senza ingannare il prossimo. Anzi, ha cercato di aiutarlo in ogni maniera.
Sono passati tre anni ormai da quando ha preso la decisione di stabilirsi definitivamente a Torino.
I primi tempi sono stati molto difficili. Nessuno lo conosceva e nessuno gli dava credito, anche se era provvisto di lettere e di raccomandazioni delle migliori persone che aveva incontrato nel suo peregrinare per le contrade della penisola.
Appena aveva messo piede nei territori del regno di Sardegna gli era stato subito vietato l’esercizio della sua arte perché sprovvisto delle regie patenti.
Era stato Carlo Emanuele III all’inizio del secolo a prendere a prestito dalla vicina Francia le norme per regolamentare l’esercizio dell’odontoiatria. Nell’intento di sottrarre la chirurgia minore dalle mani di ambulanti e ciarlatani e portarla sotto il controllo della legge, in Francia già con un editto reale del 1699 chi voleva praticarla doveva superare un esame teorico e pratico, da sostenersi di fronte a un collegio di esaminatori presieduto dal Primo Chirurgo del Re. Non esistevano corsi propedeutici e l’esame si limitava a un controllo di una generica capacità tecnica e professionale. Il neo diplomato assumeva il titolo, ufficiale a tutti gli effetti, di “esperto” (in campo odontoiatrico expert pour les dents). Veniva così associato alla vita di una “Comunità di Maestri Chirurghi”, sottoposto all’autorità del Primo Chirurgo, si impegnava a versare le tasse e a non superare i limiti imposti all’esercizio della sua arte.
Nonostante ciò, continuavano ad esercitare dentisti senza licenza, inclusi gli operateurs pour les dents della corte reale, per non parlare dei cavadenti ambulanti la cui attività si svolgeva prevalentemente in provincia e nelle campagne.
Un nuovo editto del 1768 aveva regolamentato l’ammissione all’esame per il conseguimento del titolo di operatore odontoiatrico. Per potersi presentare occorreva esibire un certificato da cui risultava che il candidato aveva effettuato due anni interi e consecutivi di pratica, in qualità di apprendista, presso uno dei Maestri Chirurghi o uno degli esperti di Parigi e sobborghi, oppure tre anni presso un dentista di provincia. L’esame, senza dubbio più impegnativo che in precedenza, si componeva di una parte pratica e di una parte teorica, da sostenere nell’arco di due giornate, di fronte a quattro qualificati Maestri o Esperti, al Primo Chirurgo o a un suo delegato e al docente della Facoltà di medicina. Il diplomato si impegnava a esercitare esclusivamente l’odontoiatria, pena gravi sanzioni.
In considerazione di tutto ciò, l’Incognito si era dunque recato a Pavia, per alcuni mesi aveva studiato con l’illustre professor Scarpa in quella gloriosa università, si era presentato all’esame a Torino e l’aveva brillantemente superato, guadagnandosi i complimenti degli esaminatori.
Ottenuta la licenza all’esercizio, aveva cercato di farsi conoscere distribuendo volantini, pubblicando sulle gazzette gli avvisi con i propri servizi, affiggendo manifesti agli angoli delle strade, utilizzando insomma strategie pubblicitarie degne dei tempi moderni.
Annunciava a grandi caratteri che “Il Cavaliere Incognito, Chirurgo Dentista approvato nella Regia Università di Torino, Medico Empirico fedele agli insegnamenti di Apollonio, Ippocrate, Galeno, possiede innumerevoli e ammirevole segreti. Cura i denti, confeziona ricostruzioni protesiche, risana le ernie, fabbrica cinti erniari; senza provocare dolore estrae natte, cisti, pietre, polipi, cataratte; produce e vende efficacissimi prodotti di sua invenzione per l’igiene dentaria, elisir e balsami per il benessere del corpo e dello spirito”.
Ma nonostante avesse consumato più carta che per stampare un libro proibito nel tentativo di procacciarsi i clienti, per mettere insieme il pranzo con la cena era stato costretto a rivolgersi ai centri minori. Aveva battuto tutte le fiere, da quella di san Secondo in Asti fino alla sagra del più sconosciuto fra i santi nel più sperduto villaggio della pianura ai piedi dei monti. Con la pioggia, con la neve, nella nebbia, sotto il solleone, aveva calpestato con i suoi stivali strade e piazze, proclamando a gran voce le sue abilità e le sue conoscenze. Egli era ambizioso, aveva un’alta opinione delle proprie cognizioni, sentiva fortissimo il desiderio di mostrarsi e mettere a disposizione di persone ragguardevoli le proprie capacità, ma la fortuna sembrava proprio che lo sdegnasse e che gli avesse voltato le spalle. Grazie alla sua abilità tecnica e al suo profondo sapere aveva curato innumerevoli persone, eppure di fronte alla pubblica opinione cittadina rimaneva un cavadenti di campagna.
Si domandava se il suo destino l’avrebbe sempre portato a vagare ramingo da una città all’altra, da una terra all’altra, da un regno all’altro. Questa volta che invece con tutta la propria ostinata volontà voleva rimanere a Torino, accasarsi, piantare le radici in riva al Po, ogni avvenimento sembrava congiurare contro la sua determinazione. Sentiva con dolore che ancora una volta doveva rinunciare a fermarsi. Era senza un soldo e non intravedeva alcuna maniera di procurarsi da vivere: insomma, non poteva più tirare avanti così.
Ma la buona sorte, che non si era dimenticata di lui, anche se lui stesso disperava di averla ancora amica, gli mandò un pomeriggio l’intendente Righini a bussare alla sua abitazione.
Era l’autunno del 1790. Aprì l’uscio e si trovò di fronte una pianta d’uomo, grande, solido, dall’aspetto nobile, avvolto in un mantello turchese. Per mano teneva un bimbo di otto anni, dolce, biondo, con lo sguardo soave di un angelo.
L’uomo aveva trovato uno dei suoi foglietti divulgativi in un caffè e si era precipitato con un grave problema, che nessuno ancora aveva saputo risolvere. Soffriva di un’ostinata piorrea e già aveva i denti sul punto di essere compromessi ed era un vero peccato perché li aveva forti, belli e grandi.
L’Incognito aveva già le valigie pronte e la carrozza sarebbe venuta di lì a poco a prenderlo. Stava per andarsene a Napoli; alla fine, si era rassegnato. In fondo, era solo un’altra partenza da aggiungere a tutte le altre della sua vita! Quante volte aveva fatto i bagagli ed era partito verso avventure sconosciute!
Mandato dalla Provvidenza, il Righini gli fece mutare piano e sconvolse la sua vita. L’Incognito curò la sua ostinata infezione piogena con l’esclusivo gengivario e la polvere dentifricia di sua invenzione; con maestria e mano delicata e ferma estrasse due denti della sapienza che erano completamente marci e si prese cura dell’infantile dentizione del figlio.
L’intendente ne rimase così soddisfatto che lo raccomandò a tutti i suoi amici e colleghi, gente perfetta, gentile e di grande disponibilità economica.
La verità è che il suo gengivario e la sua polvere dentifricia non hanno eguali in tutto regno. E l’esperienza che si è costruita in vent’anni di spostamenti per l’Italia curando ogni genere di dolore, ma soprattutto quello dei denti, lo ha reso abile e in grado di discernere la qualità dei mali che affliggono i suoi clienti onde scegliere il rimedio migliore, sia che si tratti di intervento chirurgico che di semplice cura con medicamenti di sua creazione.
Ma quanta ignoranza ha incontrato anche qui, nella capitale del regno di Sardegna! Quanto è difficile levare la superstizione, le idee scorrette, la paura di tutto ciò che è nuovo e scientifico! A volte gli pare che la gente preferisca farsi curare con vecchi rimedi che non hanno esiti piuttosto che cedere alle nuove scientifiche metodologie di cura. Ci vuol altro che un regio decreto a mettere ordine fra ciarlatani e imbonitori! Anche se oggigiorno chi vuole praticare è obbligato a sostenere un esame davanti ai professori dell’università, ciò non basta a fare piazza pulita di cavadenti rozzi e barbieri maldestri che alimentano ogni genere di superstizione per poter strappare più denari possibile approfittando del mal di denti della povera gente. Perché un uomo che ha mal di denti non capisce più niente, e gli si può fare qualsiasi cosa, con la promessa di levarglielo.
In ogni caso, dopo l’incontro con il Righini la sua vita ha preso un corso fortunatissimo e sono stati tre anni di successi. È riuscito a costruirsi una reputazione eccellente; ha curato nobili, cardinali, dignitari, generali, borghesi; è in contatto con professori universitari, colleghi di ogni regione, luminari e importanti accademici. Può affermare senza timore di apparire borioso che è uno dei più cospicui dentisti del Piemonte.
Ma perché tanto rancore verso di lui, si domanda tristemente; perché?
È vero, il regno sta attraversando un momento molto difficile. Nel settembre dell’anno precedente le truppe francesi hanno invaso la Savoia e hanno preso Nizza. Ovunque ci sono preparativi di guerra. Il cavaliere Incognito si è arruolato nella milizia urbana ed è stato promosso al grado di sergente nella compagnia del conte Valperga di Maglione. Il 17 settembre 1792 ha montato la prima guardia al Palazzo della Città a custodia della bandiera. Sembra incredibile, ma lo hanno addirittura accusato di essere un vigliacco e di aver abbandonato e tradito il sacro vessillo.
Infami! Calunniatori! Scellerati!
Qual è dunque la sua colpa, ha chiesto all’amico, che ha fatto di male?
<<L’invidia, ve l’ho già detto, è una bestiaccia che rode le viscere di chi è geloso della vostra buona fama. E poi, volete proprio sapere quale penso sia il vostro errore? Ebbene, ve lo dico sinceramente, esso è quello di voler nascondere il vostro nome ad ogni costo, come avete fatto per gli ultimi vent’anni della vita. Capite che se voi stesso vi celate dietro un appellativo di finzione, tutti si sentono autorizzati a fare congetture sulla vostra provenienza e sul vostro casato.>>
<<Ma che colpa è mai questa!- ha ribattuto l’Incognito. -Tutti gli empirici che ho conosciuto si sceglievano un nome da usare sulle piazze. Non ci si poteva presentare col proprio vero nome davanti alla popolazione. Prediamo il Cosmopolita, ad esempio. Che pompa al suo ingresso nelle città! Arrivava annunciato da trombettieri, con un treno di carrozze, stendardi e gran fracasso di nacchere e timpani. Vendeva un balsamo cefalico, antiputrido, desostruente, mollificante, balsamico, antifebbrile, antivenereo e buono per cento altri mali, un cerotto, una pastiglia per il dolore dei denti e il rimedio per i calli. Operava su un palco degno di una rappresentazione principesca, con fanciulle contorsioniste e ginnasti che si esibivano fra pavoni che facevano la ruota, scimmie ammaestrate e animali fantastici. Al termine delle sue dimostrazioni, lasciava il palco agli altri componenti della sua numerosa compagnia, che mettevano in scena delle commedie. Sapete che in Ancona io ebbi l’ardire di sfidarlo? Eressi un palco sulla stessa piazza, di fronte al suo, e servendomi di uno scheletro cominciai a ragionare di anatomia. Il popolo veniva a sentire le mie lezioni e comprava il mio gengivario, al punto che non potendo mettermi a tacere con lo strepito dei suoi timpani, il Cosmopolita cercò di convincermi a lavorare per lui. Ancora possiedo quello scheletro; me lo porto appresso in una speciale valigetta sin dai tempi in cui fui allievo di monsieur Pomer. Sicuramente anche il suo nome, il nome del mio primo maestro, era inventato di sana pianta. Eppure, che grande docente! Che immenso chirurgo! Avevo solo quattordici anni quando lo incontrai. Era un uomo molto accreditato nella medicina e nella chirurgia e curava senza compenso i poveri che non avevano il denaro per pagarlo. Egli mi esortò ad imparare la sua professione e cominciai a studiare l’anatomia da lui, che aveva fama di rendere la vista ai ciechi, ai sordi l’udito e agli storpi, agli infermi e agli assiderati la salute. Parlava molte lingue e non ho mai capito né di quale nazionalità fosse né a quale religione appartenesse. Si adeguava alla regione dove si trovava, parlava la lingua del posto e professava la religione del luogo. Viaggiava per studio e per curare e aveva lettere credenziali, patenti e privilegi di tutti i sovrani d’Europa. Egli mi impiegò nella sezione dei cadaveri, affinché alla teoria che m’insegnava potessi unire i lumi che si apprendono con la pratica. Era un chirurgo fantastico e mi insegnò la tecnica più perfetta. Io mi feci ardito e provai le operazioni che avevo compiuto sui cadaveri sulle persone, col maggior successo. Per due anni rimasi con lui e poi lo lasciai per provvedermi da solo. Mi aveva insegnato a comporre la triaca più eccellente, aggiungendo alla carne di vipera, oltre ai soliti ingredienti alchimistici, erbe, radici ed estratti di sua scoperta. Ero in possesso delle sue ricette e dei suoi rimedi e decisi di procacciarmi da vivere smerciando le mie composizioni. All’inizio, in Sicilia, usai il nome di Pomer, che era molto ben conosciuto, ma poi mi risolsi definitivamente a farmi chiamare Incognito, e cavaliere lo aggiunsi dopo, quando mi insignirono dell’ordine pontificio dello Speron d’oro. In seguito mi specializzai nelle malattie dei denti perché la maggioranza di coloro che si rivolgevano a me erano doloranti in bocca. Che altro vi debbo ancora raccontare? C’erano l’Anonimo e l’Adespoto e il Teorico e cento altri, e tutti utilizzavano un nome fittizio. Io ho sempre preferito la sostanza all’apparenza, voi lo sapete, e i trucchi per ingannare il popolo ed estorcere i loro sudati guadagni non mi interessano. Ma anch’io avevo bisogno di un nome altisonante e misterioso per presentarmi sulle piazze a fare i miei interventi, dare le mie dimostrazioni, vendere il mio elisir. E adesso voi mi dite che questa è l’origine delle mie sventure! Essermi fatto conoscere come cavaliere Incognito!>>.
Ma il suo amico aveva proseguito:
<<Allora mi obbligate a ricordarvi le vicende del vostro conterraneo, il palermitano Giuseppe Balsamo. Anche lui è transitato in questa città, cinque anni or sono, e ne fu subito espulso. Tornò a Roma e là fu imprigionato con accuse gravi e infamanti. Adesso giace buttato in una sordida fossa della più spaventosa prigione del regno papale, a San Leo delle Marche, nella Rocca, e sta purgando tutte le infamie che ha compiuto nella sua vita. Egli sempre nascose il suo vero nome. E lo fece di sicuro per compiere meglio le sue nefandezze. Volete forse voi correre il rischio di essere un giorno accostato all’infelicissimo signor Giuseppe Balsamo, impostore noto in tutta l’Europa con il nome di conte Alessandro Cagliostro? Che non era né conte né duca né barone ma solamente un truffatore, un massone, un eresiarca; ladro, mentitore, furfante, ruffiano, imbroglione. Che difficoltà avete dunque ad abbandonare il vostro pseudonimo e farvi chiamare col vostro vero nome? E se anche non foste nato nobile, se anche foste figlio di uno stalliere o di un tamburino, non basta tutta la vostra vita irreprensibile a nobilitarlo?>>.
Quest’ultimo argomento lo ha definitivamente convinto. E così il cavaliere Incognito si alza dopo una notte trascorsa tra i dubbi, un mattino di marzo del 1793, con una certezza: la gente è impressionata dagli impostori e li disprezza e lui non è un impostore e non lo è mai stato.
Una volta per tutte ha compreso che è giunto il momento in cui deve abbandonare il suo vecchio, caro, abituale, amato nome fittizio e farsi conoscere col suo vero nome e cognome: Vittorio Cornelio, nato a Roccella Ionica, cresciuto a Catania, figlio di Francesco valoroso militare al servizio nel corpo d’artiglieria di Sua Maestà il re di Spagna e in età matura dedito all’esercizio della medicina e dell’architettura.
Vittorio Cornelio con la spada si è difeso e ha salvato il proprio onore mille volte, ma adesso utilizzerà la penna per mettere a tacere i denigratori. Con le sue memorie sfiderà non una, bensì mille malelingue tutte insieme e ne uscirà vincitore! Nessuno oserà più perdersi in chiacchiere sul suo conto!
Il suo caro e nobile amico lo ha persuaso che l’unica strada da percorrere è palesare pubblicamente la sua condizione, il suo nome, la sua patria, i suoi natali; con sincerità e onoratezza accingersi a scrivere di sé e della sua vita, senza nascondere nessuna delle sue debolezze.
È arrivato il giorno in cui eserciterà la medicina e l’odontoiatria presentandosi col proprio nome.
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“Le avventure del Cavaglier Incognito ossia Memorie di Vittorio Cornelio Chirurgo Dentista Approvato nella Regia Università di Torino Scritte Da Lui Medesimo” è un manoscritto conservato nella biblioteca Adriani di Cherasco.
Tirsi Mario Caffarato se ne è dichiarato scopritore e ne ha riportato alcuni brani nel volume “La vita meravigliosa del cavalier Incognito, ossia di Vittorio Cornelio, comico, spadaccino, eremita, ciarlatano e chirurgo dentista del Re di Sardegna (1752-1832)”, Edizioni Vitalità, Saluzzo, 1966.
L’autrice del racconto ha eseguito la prima edizione integrale di ciò che rimane del poderoso manoscritto, meno di due tomi su quattro, per la sua tesi di laurea, relata dal compianto professor Marziano Guglieminetti e discussa nell’anno accademico 1986/87.
Il manoscritto alla morte del Cornelio passò al dentista e allievo Carlo Tagliaferro e da questi al figlio Giovanni, residente a Cherasco. Tutto ciò che ne rimane venne recuperato fortunosamente nel 1884 da Giovan Battista Adriani, studioso e ordinatore della biblioteca di Cherasco, che sistemò e fece rilegare le carte del Cornelio di cui era riuscito ad entrare in possesso.
Risultano scritti 296 fogli per un totale di 591 pagine. La divisione delle memorie in tomi e dei tomi in capitoli denota un’elaborazione compiuta dell’opera, quasi certamente la bella copia da dare poi alle stampe; numerosi sono infatti gli errori meccanici dovuti a trascrizione. Il manoscritto è ben conservato; la scrittura, su robusta carta filigranata, è chiara e leggibile; ogni pagina è squadrata e composta a larghi margini; le capitali dei capoversi sono segnate in inchiostro rosso e verde, come pure moltissime maiuscole. L’inchiostro colorato viene anche usato per segnare la numerazione dei capitoli, in stampatello e numeri romani.




Gent. Dott. Marisa Poriello,
la ringrazio per avermi dato modo di leggere quanto da Lei scritto. Complimenti per il modo elegante che ha avuto nell’esporre e far conoscere una parte della vita di Vittorio Cornelio. Sono un estimatore di questo Dentista torinese che rappresenta il passaggio tra il cavadenti, ciarlatano di piazza, e il dentista istruito del primo ottocento, ne rimasi affascinato quando anni fa, durante le mie ricerche bibliografiche riguardanti la storia dell’odontostomatologia, trovai alcuni scritti su questo personaggio, soprattutto il Prof. Luigi Casotti che in vari articoli apparsi su riviste del settore, tra gli anni ’30 e ’40, ne tracciò una biografia rivolta all’attività scientifica e non ultimo il lavoro di Caffaratto.
Anche io ho avuto il piacere di avere tra le mani il manoscritto del Cornelio seppur per pochi minuti, tempo di sfogliarlo velocemente.
Mi presento, sono odontotecnico a Moncalieri dal 1976. Appassionato di cose antiche, in particolar modo di strumenti scientifici e di antichità odontoiatriche. Sono stato nominato curatore conservatore della “Collezione Storica di Odontoiatria” dell’Università di Torino. Attualmente ospitata presso la Dental School al Lingotto.
Mi ha fatto estremamente piacere, Le ripeto, aver trovato in rete un lavoro riguardante questo personaggio.
Cordiali saluti, Valerio.
Grazie, gentile dottor Burello. Come scrivo in una nota posta alla fine del racconto, per la mia tesi di laurea in Filologia ho fatto la prima edizione di TUTTA l’autobiografia manoscritta di Vittorio Cornelio. Per due anni ho lavorato su quel poderoso testo, sono stata notte e giorno con Cornelio per tantissimo tempo e poi l’ho dimenticato per vent’anni! Per fortuna adesso ho avuto l’opportunità di trarre da quel mio lavoro un racconto che è stato pubblicato nella raccolta “C’era una volta il Settecento”. Grazie ancora per il suo apprezzamento e tantissimi auguri per il suo lavoro! Saluti carissimi, Marisa