Malvina era una donna che dalla vita non aveva avuto niente di quello che desiderava, o almeno questo era quanto sosteneva. Lasciati alle spalle da un bel pezzo i novant’anni, poteva contare sul possesso dell’alloggio che abitava a Torino, una casetta nel Monferrato e un campo dove stentavano dieci alberi di melo. A 78 anni si era ritrovata vedova e se prima della morte del marito si lamentava ordinariamente di quasi tutto quanto le succedeva o le era successo, dopo il fatale evento le lamentele avevano cominciato a investire ogni minuscolo aspetto della sua vita. I pomodori erano troppo maturi o troppo acerbi e comunque troppo cari; il riscaldamento condominiale ogni autunno veniva regolato malamente; il tempo era o troppo asciutto o troppo umido; i fiori troppo aperti o troppo chiusi. Non esisteva una bella giornata. Non c’era mai niente che andava bene così com’era.
Godendo di salute fin troppo buona e non potendo ragionevolmente lamentarsi di questo fatto, si lagnava invece che la buona salute non le serviva a niente, dal momento che era vecchia e sola. Aveva cominciato a 78 anni a dire che era vecchia e sola e dopo alcuni lustri era ancora seduta sulla stessa sedia a ripetere le frasi che aveva pronunciato migliaia di volte. Dopo la morte del marito, Malvina era entrata in un periodo di depressione che aveva combattuto con la sua inclinazione a vedere tutto nero. Come in una cura omeopatica, aveva utilizzato la sua naturale tendenza all’afflizione per superare il proprio lutto. Lei era la donna più sfortunata al mondo, l’unica sulla faccia della terra a essere sola come un cane, la vedova ineguagliabile nella schiera delle superstiti. Gerardo, il marito, era stato colto da un malore mentre faceva merenda nel cortile della loro casa di campagna. Da quando erano andati in pensione, cioè da tempo immemorabile, i due coniugi trascorrevano l’estate a Querceto, il paese natale di entrambi, dai primi giorni di luglio fino al termine della vendemmia. La piccola abitazione su due piani era incastonata all’interno di un lungo edificio, la cascina che il padre di lui, morendo, aveva lasciato ai suoi dieci figli. La divisione dell’eredità aveva causato grandi litigi, musi da toccare terra e propositi di vendetta; poi tutto si era stemperato in un rancore freddo e lontano. Gerardo era convinto di essere stato truffato dalla famiglia e Malvina sentiva di non essere stata in grado di difendere il suo bistrattato marito. In ogni caso, si erano tenuti la loro porzione di casolare e vi tornavano ogni anno. Le beghe di famiglia non erano riusciti a levare loro l’appetito e in campagna come in città da decenni consumavano regolarmente alle ore prefissate i loro quattro pasti quotidiani. Quell’infausto pomeriggio d’estate si erano preparati delle bruschette ben condite di aglio novello, che al loro paese chiamano some d’ai cioè, letteralmente, “somare di aglio”, nome derivato forse dalla forma del pane col quale preferibilmente si preparano, le cosiddette biove, che nella parte superiore hanno forma a schiena d’asino. D’improvviso Gerardo aveva lasciato cadere a terra la fetta di pane e si era premuto le mani sull’addome: sembrava che avesse inghiottito un boccone di veleno. La terribile fitta allo stomaco l’avrebbe abbandonato soltanto due mesi dopo, con la morte. Malvina da quel giorno aveva sempre evitato l’aglio e quando il discorso cadeva sulla bruschetta, un cibo così buono da far resuscitare i morti, alzava il braccio sinistro davanti agli occhi e mormorava per favore, di cambiare discorso, che la soma d’ai, altro che farlo resuscitare! Suo marito lo aveva ammazzato! Durante la malattia di Gerardo, Malvina non si era mai rassegnata a che lui dovesse morire. Era un pensiero, quello della morte, che non la sfiorava, perché aveva la convinzione che lei e il marito fossero, per così dire, immortali. L’idea che un giorno uno di loro due dovesse andarsene per sempre e che la stessa sorte sarebbe poi toccata anche all’altro, era lontana dalla loro mente come Plutone dal Sole e vivevano in una sorta di illusione di vita eterna. Di conseguenza, Gerardo non aveva preso mai nemmeno lontanamente in considerazione l’opportunità di fare testamento. Le settimane passavano e l’uomo, ricoverato nell’ospedale della vicina cittadina di Valnuto, anziché migliorare peggiorava di giorno in giorno. Quella che doveva essere una semplice congestione si stava trasformando in una malattia letale: i medici avevano diagnosticato una pancreatite delle più maligne. Malvina non era al corrente della loro situazione economica in termini esatti; il marito l’aveva sempre tranquillizzata dicendole che con un po’ di parsimonia, i titoli di Stato al dodici per cento, qualche acquisto oculato di azioni e l’aiuto di Dio sarebbero stati in grado di trascorrere una vecchiaia tranquilla. L’importante era non fare il passo più lungo della gamba, non illudersi di vivere una condizione di agiatezza, bensì perseverare in quei comportamenti di economia che sono gli unici che possono garantire un futuro senza preoccupazioni. Perciò Gerardo passava da una stanza all’altra a spegnere luci e utilizzava soltanto lampadine da venticinque candele. In salotto, ne aveva svitate tre dal lampadario che ne portava cinque, perché due, cioè cinquanta candele, erano più che sufficienti. L’acqua non si doveva sprecare, quindi non tenevano piante né animali domestici; era vietato buttare via alcunché, pane o altro cibo; non compravano mai oggetti che non fossero assolutamente indispensabili e soprattutto non regalavano mai niente. Mai. A nessuno. L’unica concessione stravagante che si concedevano era rappresentata da un obolo al bollettino parrocchiale di Querceto, una volta l’anno, quando, durante la villeggiatura, andavano a fare visita al parroco per lasciare due messe da celebrare per i morti della famiglia. Stando così le cose era naturale che, quando Gerardo chiuse gli occhi, Malvina non avesse un posto dove seppellirlo. Furono i parenti del paese che si preoccuparono di cercare la persona che potesse momentaneamente dare in prestito uno spazio nel locale cimitero. La bara sarebbe rimasta parcheggiata lì finché il comune non avesse finito di edificare e messo in vendita i nuovi loculi posti in tristi condomini a sei piani. Mentre i parenti si davano da fare, Malvina vagava in uno stato di totale incredulità. Non riusciva a capacitarsi. Gerardo era morto? Come era possibile? Morto? Perché? Che cosa le aveva combinato! Morire! Proprio adesso! Era una cosa che non stava né in cielo né in terra. Per accettare l’idea che la morte era entrata anche nella loro casa Malvina ci impiegò molto tempo. E poi si rese conto di essere sola, senza Gerardo, e che ancora doveva vivere. Poco alla volta si riorganizzò l’esistenza. Doveva cucinare per una persona e non per due. Doveva fare il bucato, stirare e fare la spesa per una persona e non per due. Doveva lamentarsi per due persone e non per una. Quanto era stata sfortunata a perdere il marito! E poi, ancora così giovane, si può dire. Aveva solo ottant’anni! Poteva vivere per lo meno altri dieci anni. Nella sua famiglia erano diventati tutti vecchissimi e proprio a lui era toccato di subire una disgrazia simile! Morire prima di tanti altri! Perché non era morto il fratello maggiore, quell’anima oscura, che aveva quasi novant’anni? No, il Signore si era dovuto prendere il povero Gerardo. Che scalogna! Proprio adesso, che poteva vivere tranquilla la sua vecchiaia, Malvina era stata abbandonata! No, non sarebbe più andata da nessuna parte, né alle gite della parrocchia di santa Rita, né ai soggiorni al mare per anziani organizzati dal comune di Torino, né ai pranzi della pro loco di Querceto. Non ne voleva più sapere niente: sarebbe rimasta chiusa in casa per sempre. La perdita del compagno era un schiaffo del destino, un fatto ingiusto e orribile da tenere nascosto. Ne provava una grande vergogna e l’idea di uscire da sola per le vie della città la imbarazzava. Quelli che la conoscevano, vedendola per strada, l’avrebbero additata, dicendosi all’orecchio: “Ha perso il marito, è rimasta vedova, poverina, adesso è sola”. Le sembrava di udirle, tutte quelle voci che parlavano di lei, e si sentiva sommergere e stordire da brusii di commiserazione. Fino all’altro ieri lei era stata così a posto, col marito sottobraccio, e nessuno le poteva dire niente, mentre adesso la gente si permetteva addirittura di provare compassione! I due non avevano avuto mai vere amicizie, ma soltanto conoscenze, persone che incontravano al circolo parrocchiale per giocare a carte, o con cui partecipavano a qualche gita durante l’estate. Amicizie profonde, no; persone con le quali farsi una confidenza, dirsi una cosa personale, no. Meglio non fidarsi, meglio tenersi al largo, meglio non dare adito a supposizioni, meglio serbarsi le cose dentro perché poi, magari, chissà che avrebbero pensato, cosa avrebbero detto, come sarebbe andata a finire. Quando Gerardo era ancora in vita, di tanto in tanto li andava a trovare una nipote che da qualche tempo viveva a Torino e che per pura combinazione aveva trovato in affitto un alloggio a qualche isolato di distanza dagli zii. Lorenza non aveva ancora trent’anni, era figlia di un fratello di Malvina e lavorava al catasto. Aveva un ragazzo, qualche amica e un’unica passione: il cinema. Era fuoricorso all’università e non si era ancora arresa all’idea di non laurearsi. Aveva chiesto trasferimento da Valnuto con due scopi: avere tanti cinematografi a disposizione e riprendere gli studi al Dams, la facoltà di Discipline dell’Arte della Musica e dello Spettacolo. Danilo, un ragazzo della sua età che conosceva fin dai tempi delle scuole medie, era da anni il suo fidanzato ufficiale. Frequentava la casa dei genitori ma non si decideva a chiedere a Lorenza di sposarlo. Lavorava in una piccola fabbrica di carpenteria metallica come disegnatore tecnico, ma non era soddisfatto né dello stipendio, né del fatto di essere un dipendente e sognava un’attività autonoma, che gli concedesse la libertà di decidere e di organizzarsi la vita. Ciò che soffriva di più della propria condizione era di sentirsi costretto a vendere per un pezzo di pane una grande parte del proprio tempo a un datore di lavoro prepotente che non apprezzava la sua intelligenza, non capiva niente di lui e voleva sempre avere l’ultima parola. Era stanco di assecondare persone ignoranti e sognava per sé qualcosa di più grande. Aveva approvato quindi con entusiasmo la decisione della sua ragazza e pensava che presto anche lui l’avrebbe seguita. Lorenza, dopo essersi dunque sistemata nel quartiere di santa Rita, a Torino, sapendo dell’esistenza di quegli zii che nel periodo estivo ogni tanto vedeva a Querceto, era andata a far loro una visita di cortesia.

