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Archive for marzo 2010

Il cinema a me piace molto, ma non sono un’esperta né una studiosa. Posso solo dire cosa mi piace e perché. E “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti mi è piaciuto moltissimo e per tanti motivi. La grande storia, tragica, sanguinaria, brutale, vista attraverso gli occhi di una bambina che da quando il fratellino le è morto fra le braccia ha smesso di parlare. L’eccidio di Monte Sole, criminale, pazzesco, disperato,  allucinato, che ci fa dolorosamente ricordare da dove arriviamo, di chi siamo figli, che cosa è successo in questo Paese soltanto 66 anni fa. La vita dei contadini, dura, semplice, piena di fatica e di speranza. I partigiani che devono combattere una guerra impari. E’ possibile che tutto questo sia successo qui, sulla nostra terra, nei nostri paesi e nelle nostre città così poco tempo fa? Come mai siamo così disinvolti nel dimenticarcene? Che cosa dobbiamo fare per mantenere viva la memoria di queste stragi, di questa guerra, delle sofferenze di tanta gente? Che cosa possiamo fare perché non succeda più? Eppure, meno di vent’anni fa la stessa cosa capitava a Srebenica e in questo momento capita in tante parti del mondo…  Perché non riesco a darmi pace, non riesco a capire?

Io questi contadini del film li ho amati tutti, donne, uomini, bambini, preti. Nella prima parte, quando la guerra non è ancora così vicina al cortile di casa, e c’è spazio per pensare alla vita faticosa e semplice del cascinale, mi sono tornati alla mente tantissimi ricordi della mia infanzia in campagna. E nella seconda parte del film, quando gli abitanti delle borgate e dei villaggi vengono rastrellati per essere poi ferocemente uccisi, li ho accompagnati per mano, uno ad uno, io con loro. Perché questa è la nostra storia.

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Il romanzo di Nella Re Rebaudengo Gli asciugamani in tinta è costruito in modo rapsodico, a brevi capitoli, dove il più lungo è di un paio di pagine e il più breve conta appena qualche riga. In questi giorni l’ho letto tre volte (per la presentazione al Circolo dei Lettori) e potrei liquidarlo dicendo che è un lungo disperato racconto che parla di persone alto-borghesi molto squallide che agiscono in modo falso e spudorato. Eppure il romanzo ha una sua oscura bellezza, è di grande tragicità, attira nella lettura e a tratti, devo confessarlo, risulta persino divertente.
I personaggi sono dei campioni di cinismo infantile. Si muovono all’interno di appartamenti ordinati, puliti, curati, e questo ordine mette ancor più in risalto il loro disordine interiore. Nelle loro case nulla stride, mentre fuori tutto è squallore. Fuori c’è una città quasi onirica, sudicia, buia, che nasconde luoghi notturni dove i personaggi cercano di colmare il loro vuoto interiore con atti di sopraffazione. È una giungla e solo il più forte riesce a sopravvivere: il più forte, cioè colui che meglio esercita il cinismo e la finzione.
Fra tutti i personaggi Matteo è quello che maggiormente incarna queste contro-virtù. Lui passa indenne attraverso tutte le tragedie e le disgrazie delle donne che gli ruotano intorno. Le donne gli corrono dietro perché è un bel ragazzo, alto, prestante, e pratica il sesso con l’impegno di uno sportivo. Matteo è il campione di quel vuoto morale che tutti i personaggi, in una certa misura, possiedono.
La vera protagonista del romanzo è la suicida Mariapaola e la sua propaggine Carlotta, colei che sceglie di andare a vivere nel suo appartamento, convinta di essere non solo in grado di tenere sotto controllo tutti gli oggetti ancora presenti nell’alloggio (innanzitutto il diario della suicida) ma pure godendo di ciò che sta facendo, anche se ha una qualche intuizione di quanto possa diventare pericoloso. Infatti alla fine Carlotta non riuscirà a tenere sotto controllo nulla, e la suicida prenderà possesso di lei. Il diario è un oggetto magico: leggendolo, Carlotta viene come per magia abitata da chi l’ha scritto. Dopo la lettura, Carlotta agirà come posseduta da Mariapaola e Mariapaola la utilizzerà per compiere la sua personale vendetta. (E questo è l’aspetto horror del romanzo).

Le esistenze di questi personaggi sono non solo intrecciate, ma intricate fra di loro; un personaggio dipende dall’altro e in questo intreccio di rapporti i loro caratteri prendono forma e si sviluppano. La storia del romanzo è la somma delle loro storie, intese come vicende personali, ma anche come relazioni interpersonali.

Il problema è che nessuno si domanda mai come si stia comportando. Queste persone agiscono, si sposano, comprano case, fanno figli, ma non si chiedono che cosa stanno facendo della loro vita, come la stanno usando e soprattutto quali responsabilità abbiano verso se stessi e le persone vicine a loro. Vivono in un vuoto dove non c’è spazio per la verità: tutto è finzione. La loro preoccupazione maggiore è non far trapelare nulla di se stessi.
Ed è qui che sta la pornografia: nella finzione dei sentimenti e delle emozioni. 

I personaggi del romanzo vivono dentro un cerchio di solitudine dove nessuno riesce a penetrare. In Carlotta la solitudine genera spazi (cioè vuoti) interiori che possono venire occupati da altri. Livia è sola nel suo amore per la letteratura (e sposa un uomo ignorante; bello, ma ignorante e infingardo). La suicida Mariapaola così si esprime: “fosse per i miei amici, parenti, amori e nonamori, non verrei mai ritrovata…”. La solitudine porta anche alla paura e all’accettazione di situazioni degradanti e assurde.
Il sesso, il non-amore, le relazioni dove si finge in continuazione e si dice il contrario di quello che si pensa, la pornografia dei sentimenti, la mancanza di verità nei rapporti interpersonali, la crudeltà mentale, la sporcizia sono altre tematiche importanti nella narrazione. Le donne sono tutte troie, gli uomini tutti maiali che non capiscono niente. Le donne fingono il piacere e l’amore, Matteo non si dà nemmeno la pena di fingere, lui è uno sportivo del sesso, e non si domanda mai niente.
Le coppie si sposano ma non sanno nemmeno loro perché lo fanno. Carlotta almeno spera di essere felice col suo Stefano, ma la vendetta di Mariapaola sta già crescendo dentro di lei…

La ricerca dell’amore occupa un posto preponderante nel romanzo. Questo è un libro dove tutti vogliono l’amore, ma lo vogliono senza convinzione e si arrendono subito. Non hanno il coraggio, non hanno la forza, non hanno i nervi per cercarlo davvero, questo amore, e si arrendono prima ancora di cominciare a cercarlo sul serio. Depongono le armi prima di cominciare la battaglia. Si accontentano di surrogati fisici (pornografici). E allora cosa rimane? Rimane semplicemente il non-amore (Mariapaola, dal suo diario: ”Sguazzo in una melma piatta e vischiosa come il non-amore. E come ci sguazzo bene…”).

Che cosa è il non-amore?

Io credo che il non amore sia l’assoluta mancanza di senso di responsabilità (Matteo: “Non mi sembra di poter essere ritenuto responsabile del suo gesto… e poi non era mica di primo pelo…”, dimostrando nessun sentimento di fronte alla morte; “Non che mi consideri colpevole di qualcosa, ci mancherebbe. Era una a cui piaceva il cazzo, Mariapaola”).
La vendetta arriva nell’ultima pagina. È inevitabile che, alla fine, qualcuno paghi per tutto questo mondo di finzione, di disprezzo verso gli altri, di falsità e di corruzione. Invece di sparare per vendetta con precisione sul o sui responsabili della sua sconfitta, Mariapaola spara nel mucchio (e questo è un altro elemento che fa del romanzo un horror, perché non è il più cattivo che alla fine paga).

Nella Re Rebaudengo, Gli asciugamani in tinta, Neos Edizioni, 2010.

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Qualche giorno fa, cercando chissà cosa fra i miei libri, mi sono ritrovata tra le mani il libro di Sandra Rizza dedicato a Rita Atria, la diciassettenne che ha avuto il coraggio di denunciare i boss del suo paese: Una ragazza contro la mafia, (1993, La Luna Edizioni, Palermo) . L’ho riletto e di nuovo ho riflettuto sulla vita di questa giovane donna, suicida per solitudine e disperazione. Rita apparteneva ad una famiglia mafiosa, e aveva visto il padre e il fratello massacrati dalle cosche di Partanna per un regolamento di conti. Dopo l’uccisione del fratello Vito, seguendo l’esempio della cognata Piera Aiello, aveva deciso di diventare collaboratrice di giustizia. Posta subito sotto protezione, era stata trasferita con false generalità a Roma e tornava in Sicilia solo per le deposizioni. La madre, con la quale aveva sempre avuto un rapporto molto conflittuale, l’aveva ripudiata e i parenti e i paesani l’avevano messa al bando. Coraggiosamente, lei continuava a raccontare tutto quello che aveva udito dai maschi di famiglia e tutto quello che aveva visto, rompendo in modo drammatico la rete di omertà di Partanna. La cognata, che aveva qualche anno in più, cercava di sostenerla in ogni modo. Ma dopo l’assassinio di Paolo Borsellino, il mondo era crollato addosso a Rita. Il giudice era un vero padre, un angelo protettore, un confidente, il riferimento più importante. Chi l’avrebbe aiutata adesso? In una crisi di disperazione Rita si gettò dall’ultimo piano del palazzo dove viveva, in via Amelia a Roma. Aveva solo diciassette anni. Il coraggio di Rita Atria deve dare forza a tutti noi, deve dare forza a questo paese impaurito, deve dare forza a tutti i giovani che si battono per un mondo dove non sia il più forte, il più arrogante, il più violento a dettare legge.

www.ritaatria.it

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La bocca del lupo

Ieri sono andata a vedere “La bocca del lupo”, il documentario di Pietro Marcello che ha vinto l’ultimo Torino Film Festival. C’è gente che vive nelle caverne, in riva al mare, sotto gli scogli di Quarto dei Mille, buttati come avanzi di risacca; persone che vivono in caverne di sentimenti, affumicate, stordite, perdute; gente che parte sui bastimenti all’inizio del secolo verso altri continenti; operai che lavorano nel porto di Genova come in un luogo preistorico. E poi ci sono loro due, Enzo e Mary, teneri e sentimentali come sanno essere teneri e sentimentali coloro che la vita ha macerato a lungo. Enzo ha trascorso 27 anni in carcere, Mary qualcuno in meno, ma è stata a lungo incarcerata dall’eroina. Sognano una casa in campagna, anche piccola, anche povera, dove trascorrere una vecchiaia tranquilla con i loro cani. Sono riusciti ad avere il loro rifugio? Ci riusciranno? Lo spero con tutto il cuore.

Enzo e Mary si sono conosciuti in carcere vent’anni fa e non si sono più lasciati. Si sono aspettati, si sono aiutati, si sono asciugati le lacrime, si sono guariti. Vivono in una Genova invasa dal dolore, dai relitti, dalle macerie. Eppure una luce straordinaria si irradia dai loro volti, dai loro occhi, dai loro sorrisi. E’ la luce dell’amore. Non sarà un amore perfetto, non sarà un amore sempre gentile, non sarà un amore che si può sposare, ma è un amore vero. E’ un amore nato in carcere, durante quelli che, dice Mary, “Sono stati i quattro mesi più belli della mia vita”. Una volta Enzo ha steso a pugni 30 compagni, durante l’ora di aria, per proteggere la dignità di Mary. I transessuali avevano la loro cella, ma l’ora d’aria in cortile la passavano insieme a tutti gli altri.

Adesso vivono in un basso buio e umido, ma è sempre meglio di una caverna sotto gli scogli, battuta dalle onde.

All’uscita dalla sala, il mio unico desiderio era quello di regalare una piccola casa in campagna a Mary ed Enzo.

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