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Archive for novembre 2010

Tutti noi nella vita non aspettiamo altro che la morte, ma gli ospiti dell’Istituto l’aspettano più di qualsiasi altra persona. Aspettano dalla mattina alla sera, dalla notte all’alba, dal lunedì alla domenica, settimana dopo settimana. 

Se il lavoro più grande che facciamo nella vita è aspettare, qui gli ospiti lavorano tantissimo.

Stasera è arrivata una nuova ospite. Ogni volta, è lo stesso, per ognuno. Smarrimento. Spaesamento. Angoscia. La stanza è stata assegnata, il figlio ha già sistemato gli indumenti e la biancheria nell’armadio in camera. Si è fatto accompagnare dalla signora che assisteva la madre a casa. Ora sono in sala da pranzo. Le operatrici cercano un posto dove sistemarla per la cena.

“Maria, la vuole la signora Teresa qui vicino a lei, al suo tavolo?”

“E che ne so. Che domande mi fate; io ho tanti problemi. Aspetto mia figlia. Devo chiamarla, sennò chissà dove va a cercarmi. E’ capace di andare a casa mia, ma là non c’è più nessuno.”

La signora Bianca piange e grida. Le vado vicino. Si copre la faccia con le mani. La chiamo per nome, la accarezzo. Si tranquillizza e mi ringrazia. Appena mi allontano, ricomincia. A volte va avanti così per ore. Quello che mi sconvolge è che piange davvero, con le lacrime. Ha il viso inondato di lacrime.

Mentre stavo accanto a Bianca, R. mi cercava con lo sguardo. A volte, certe ore strane in cui la sua mente svapora, crede che io sia un’operatrice che passa da un ospite all’altro.

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Questa settimana per cinque giorni non sono andata a trovare R. in Istituto. Stavo poco bene e ho pensato che potevo saltare qualche giorno. Di solito vado 2-3 volte la settimana, anche di più, se c’è bisogno.

In questi 5 giorni ho avuto il tempo di dimenticare l’Istituto: nella mia vita non esisteva più.

Ogni volta ritornarci è un colpo, anche se sono ormai 2 anni che lo frequento. Intendiamoci, è un ottimo Istituto; non posso lamentarmi. Il personale è preparato e gentile; le infermiere accorrono; i medici stanno ad ascoltare.

Però tutte le volte che arrivo qui ho una stretta al cuore. 

R. è entrata in Istituto a dicembre 2008 e ha impiegato sei mesi ad adattarsi ai ritmi che qui scandiscono la vita di ricoverati e personale. Prima stava a casa con una donna che l’assisteva, poi la donna è tornata al suo paese e R. mi ha detto che a questo punto le andava bene la Residenza.

Quando esco di qui, respiro a pieni polmoni, come se ogni volta nascessi di nuovo. Mi sento più viva che mai. Capisco che non è un argomento allegro. Ci sono argomenti più attraenti per un blog.

Su questo piano ci sono 30 ospiti. Li chiamano così. Non pazienti o ammalati o che ne so. No. Ospiti, come se fosse un Bed and breakfast.

La maggior parte degli ospiti è composta da donne. Ci sono ammalate di Alzheimer, di Parkinson, di sclerosi multipla, di sla; reduci da ictus, da ischemie o altri accidenti. C’è una donna che ha avuto terribili ustioni. E poi ci sono tante che sono ammalate soltante di vecchiaia, come R., che ha 98 anni.

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monkey typing

 

Ecco come mi sento, oggi.  Scimmia tra le scimmie.

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Novembre

Piazza Statuto, Torino

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Domenica sera sono stata al teatro Astra dove Elio Germano ha letto brani dal capolavoro di Louis-Ferdinand Céline accompagnato dalla violoncellista Martina Bertoni e dal chitarrista Theo Teardo. Troppa musica e poche letture, cinquanta minuti in tutto di spettacolo. Alla fine, mi veniva solo da chiedere “di più, di più, di più!”. Insomma, mi aspettavo di più, volevo di più, bramavo di più.

Non importa, vado a rileggermi il libro.

Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza.

Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato.

È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai.

E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.

È dall’altra parte della vita.

 

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La mostra di MARTHA ROSLER alla GAM di Torino, la prima in Italia dedicata al suo lavoro, è bellissima, toccante, impressionante. Sono esposte le sue opere più importanti dal 1965, a partire dai primi fotomontaggi della metà degli anni Sessanta fino ai giorni nostri.

Le opere sono tutte emozionanti, compresa l’installazione ideata proprio per questo evento di Torino, ma i fotomontaggi che più mi hanno colpita sono quelli dedicati alla serie “Bringing the war at home”. La prima serie è degli anni che vanno dal 1967 al 1972 ed è dedicata al Vietnam. All’interno di immagini tratte da riviste americane sulla casa (tipo Casabella o Domus) Martha Rosler ha inserito fotografie della guerra in Indocina, ottenendo un risultato scioccante. Alle finestre di salotti perfettamente in ordine si vedono grigie macerie e città distrutte da bombardamenti; bambini bianchi giocano felici sotto un tavolo sulla moquette e in mezzo a loro vi sono bambini asiatici laceri e feriti; schermi televisivi in lindi tinelli traboccano immagini di morte e distruzione. La morte, la guerra, la distruzione entrano nelle cucine, nei salotti, nelle camere da letto delle case d’America e sprigionano una violenza terribile amplificata mille volte dal contrasto delle situazioni. La guerra è entrata in casa davvero, qui, in America, è davvero in mezzo a noi, non in un posto lontano diecimila miglia.

La seconda serie di fotomontaggi riguarda le guerre seguite all’attacco dell’undici settembre. Ora i nostri salotti sono frequentati da soldati americani mutilati, da uomini e donne torturati nelle prigioni in Iraq, ed è sconvolgente il fotomontaggio dove la donna soldato tiene al guinzaglio un prigioniero iracheno, ma il prigioniero non si vede, perché è nascosto dietro un mobile della cucina.

Una mostra che contiene tanto altro materiale, da vedere assolutamente.

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Novembre

  

Nuvole rosa ad est

nuvole arancione ad ovest

mentre

il pino si incupisce

l’acero rosseggia

il tiglio è già spoglio

un uccello canta alla sera

il gatto si rannicchia sulla

soglia di casa.

Poi le montagne si scuriscono

una lunga striscia di nebbia

prende possesso della stretta valle

e mio papà accende la stufa.

Mangio una fredda mela

raccolta fra l’erba tenera di novembre:

l’odore della terra bagnata

sale dal noccioleto.

Qui in campagna

è completamente diverso.

Nessuno corre a casa.

Tutti sono già a casa.

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