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Archive for dicembre 2010

C’è un carrello che vaga da un piano all’altro dell’Istituto. È il carrello dei vestiti perduti.

Cercavo una polo di R. che da un pezzo non vedevo nell’armadio insieme alle altre. Ma che fine avrà fatto, mi chiedevo. Ho domandato alle operatrici e mi hanno suggerito di rivolgermi in segreteria.

Il carrello era qui mezz’ora fa, mi hanno detto, ma lo hanno portato al terzo piano. Sa, c’è sempre bisogno. Dopo qualche giorno, se nessuno viene a reclamare, distribuiamo i vestiti fra i vari piani.

Certo, è giusto; e vado al terzo piano. Al terzo piano mi dicono che lo hanno spedito al secondo.

Insomma, cercando da un piano all’altro, l’ho trovato infine. È il carrello dei vestiti perduti e senza numero. Calze, magliette, bavagli, pigiami, indumenti da cui si è staccato il numero, o che un numero non l’hanno mai avuto.  

In Istituto molti ospiti usufruiscono del servizio di lavanderia. I parenti di altri ospiti invece preferiscono lavare a casa gli indumenti. Se viene utilizzata la lavanderia dell’Istituto, è fondamentale che ogni capo sia numerato.

Veramente, il Regolamento dell’Istituto dice che tutti i capi di vestiario di tutti gli ospiti devono essere numerati. Il numero viene assegnato al momento dell’ingresso.

Questo carrello che vaga anonimo da un piano all’altro è il carrello dei vestiti perduti. Ci sono quelli senza numero, ma ci sono anche quelli che un numero ce l’hanno. Sono gli indumenti degli ospiti deceduti. Nessuno li ha più reclamati. Il giorno dopo il decesso, è venuto un figlio, o un nipote, e ha svuotato l’armadio; ha riempito due borsoni e se n’è andato.  

Ma qualche capo era ancora in lavanderia e quando è stato riportato lavato e stirati in camera, l’ospite non c’era più. Andato per sempre. E nessuno tornerà in Istituto a riprendersi quattro bavagli o due magliette o una tuta di un ospite morto.

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Oggi pomeriggio R. stava bene e aveva voglia di scherzare. Ha chiamato le altre ospiti “le mie compagne di scuola”. Quando è lucida e presente a se stessa e all’ambiente circostante, i miei incontri con lei hanno una dimensione normale, umana, piacevole. Purtroppo non sempre è così.  Spesso R. è completamente svanita e allora esco di qui con la sensazione di essere stata in un altro mondo. Un mondo incomprensibile,  disumano, assurdo, inutile. Un mondo dove c’è solo sofferenza. Non è così, lo so. Niente e nessuno è inutile; non c’è mai solo sofferenza, in nessuna situazione; tutto si può capire benissimo, con un po’ di sforzo; e di umanità ce n’è sempre, in gran quantità, ovunque ci sia un essere umano. Però che frustrazione! Che senso di impotenza! E che nervoso!

 Ho approfittato del momento di grazia e siamo andate al pianoterra. L’ho portata a spasso sulla carrozzina da un albero di Natale all’altro per un bel po’. Abbiamo anche preso il caffé al bar. Era contenta. 

Alle cinque, quando sono arrivata, di sopra c’era una tale baraonda che non le sarà sembrato vero che la portavo via. Tutte le ospiti gridavano, e poi si è aggiunto anche Carlo. Maria strillava che voleva alzarsi e camminare (non cammina da anni), Bianca chiamava mamma e papà, Teresa implorava l’operatrice perché la portasse a tagliarsi i capelli. C’era una confusione terrificante. Ho detto all’infermiera: Giornata difficile, eh? E lei mi ha risposto: Tutte le giornate sono difficili, qui.

Poi, quando siamo ritornate di sopra dopo le nostre passeggiate nel salone, e io mi stavo preparando per andare via, R. se n’è uscita con quella battuta, Mi lasci qui con le mie compagne di scuola? che mi ha molto divertita.

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Oggi R.  era svaporata.  Aveva la testa reclinata all’indietro e gli occhi socchiusi. Farfugliava delle frasi incomprensibili con la voce impastata.  Le ho detto che fra 15 giorni è Natale. Lei mi ha guardata con gli occhi vuoti. 

L’ho portata a vedere l’albero di Natale che hanno allestito nell’ingresso dell’Istituto, a pianterreno. Vedi che bell’albero, le ho detto. Ha proprio tutto, persino la punta luccicante, alta alta. Lei ha bisbigliato qualcosa. Mi sono avvicinata con l’orecchio e le ho chiesto di ripetere. Mi ha detto che l’ha fatto lei, l’albero.  E anche quella pianta là, nell’angolo, l’ha comprato lei. Tutte le piante che ci sono qui, le ha comprate lei.

Dopo una mezz’ora abbiamo preso l’ascensore e siamo ritornate di sopra. Alle 19 c’è la cena. Qualcuno è venuto a trovare la signora Giulia. C’era un pacchetto di carta rossa luccicante sul tavolino della sua carrozzina. Lei continuava a dire il rosario. Del pacchetto non le importava granché.

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La signora Luciana è qui da cinque anni. Quanti ospiti ha visto passare, andarsene, morire, cambiare istituto. E lei è sempre qui, ospite fra le ospiti.

Luciana ha letto il mio romanzo, “La sbadante” e le è piaciuto. Ogni volta che la vedo, mi ripete che adesso devo scrivere un libro sull’Istituto. Lei ha un mucchio di cose da raccontarmi e potrei metterle nel mio libro. Tutti i soprusi che ha dovuto subire (da parte delle Operatrici e degli altri ospiti), i litigi per motivi stupidi, il sonno interrotto dal cambio pannolone, le notti passate a pensare, le giornate infinite nell’attesa del nulla.

La signora Luciana si sente molto sola. Chi viene a trovarla? Ha una sorella che vede un paio di volte al mese, un nipote che vede un paio di volte l’anno. Mi ha confessato che le piacerebbe uscire un pomeriggio e andare in via Garibaldi a guardare le vetrine. Il fatto è che Luciana è ancora abbastanza autonoma (si veste da sola) e le sono rimasti dei desideri. Ma chi la porta fuori? Chi spinge la carrozzella? Per farla uscire dall’Istituto occorre che qualcuno firmi e si prenda la responsabilità di accompagnarla.

Va bene, le ho detto. Lo faccio io. Quando andiamo?

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