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Archive for aprile 2011

La meravigliosa storia della vite e del vino, un libro per bambini illustrato magnificamente da Rosetta Avalle, è finalmente uscito. Siamo molto soddisfatte del nostro lavoro. La storia è piacevolissima, i disegni incantevoli.

La meravigliosa storia della vite e del vino

Il libro però non si trova in libreria, perché ci è stato commissionato da una grande casa vinicola. Chi desidera acquistarne una copia, deve rivolgersi direttamente a me e io gliela farò avere.

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No, R. non è morta. Bene. I cento anni si avvicinano di un giorno in più. Un giorno alla volta.

-Come ti senti oggi? Un po’ meglio?

-Mah…

-Come stai?

-Sto a letto.

Anche se è senza voce, anche se ancora ha la tosse, anche se persiste qualche linea di febbre, non perde la voglia di fare la simpatica.

-Vedo che sei a letto. Ma come ti senti?

R. bisbiglia qualcosa che non capisco. Mi avvicino. La laringite l’ha privata di quel filo di voce che ancora possedeva.

-Sono stanca.

-Hai avuto la febbre, ti stanno dando l’antibiotico, ti fanno le flebo, certo che sei stanca.

-E allora adesso mi porti al camposanto?

-No. Non posso portarti viva al camposanto. Prima devi morire. La successione è questa, non c’è niente da fare. Tu muori, dopodichè ti portiamo al camposanto.

-E quando muoio?

-Non lo so; siamo tutti nelle mani di Dio.

Dopo queste mie ultime parole, R. cerca di farsi il segno della croce. Ma non riesce ad alzare il braccio. L’aiuto a completarlo. La sento bisbigliare: -E liberaci dal male.

Ha gli occhi chiusi. La lascio riposare.

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in Istituto, sulla sedia a rotelle

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Domenica sera sono arrivata in Istituto e ho trovato R. sulla sua sedia a rotelle, in sala da pranzo, completamente riversa all’indietro. Mi sono preoccupata. La signora Franca, che stava tenendo compagnia alla madre, mi ha confermato che qualcosa non andava. Ho chiamato Piero, l’operatore, e gli ho chiesto per favore di misurarle la febbre e di metterla a letto. Aveva 38, sotto l’ascella. Non parlava. Tossiva. Una tosse terribile. In poche ore R. è precipitata in un disastro fisico. Mi hanno confermato che fino alla mattina stava bene. Infatti l’avevano alzata dal letto e sistemata insieme agli altri in sala da pranzo.

Non ha voce, non capisco quello che bisbiglia. Mi avvicino con l’orecchio alla sua bocca. Continuo a non capire. Ha difficoltà a respirare. Arriva l’infermiera e decide di darle l’ossigeno. E cercano di tirarle via il catarro con l’aspiratore perché non ha la forza di espettorare. Il catarro la stava per soffocare. Ma da dove è arrivato, così, d’improvviso? Mah. Misteri della vecchiaia. Le chiedo se ha mal di gola. Mi dice di no. Ma non riesce a ingerire. Le preparano il braccio per la flebo. Sta veramente male. Come se avesse un lago di muco nei polmoni e il fiato per uscire di lì facesse le bolle. Mi sembra una pentola d’acqua che gorgoglia piano piano. Una cosa impressionante.

Penso: adesso muore. Ci impiegherà forse tutta la notte, ma muore.

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Negli ultimi tempi R. spesso viene tenuta a letto. Un giorno è per via della peretta, un giorno perché è molto stanca, un giorno perché le hanno fatto la doccia. Io la sollevo e le accomodo i cuscini sotto la testa.

-Che bello! Hai persino il letto elettrico! – le dico.

-Che bello?! Fanno di tutto per farmi morire più tardi che possono – mi risponde.

-Hai dormito stanotte? – le chiedo.

-E che ne so.

-Forza, dimmi qualcosa di bello.

-Il bello è morire.

-Magari sono io che non voglio lasciarti morire in pace.

-Sì, sì. Sei tu che non mi lasci morire.

-Ma la vita è bella.

-È bella per chi recita. Io non capisco perché non mi lasciano morire.

Poi chiude gli occhi e dorme mezz’ora.

La guardo. Non posso dire che sembra una bambina; no, non sembra una bambina. Ma non sembra nemmeno una vecchia che dorme. È in uno stadio della vita in cui quasi non si è nemmeno più umani. Novantanove anni e qualche mese. È entrata in un’altra dimensione. E io la guardo. Voglio capire dov’è adesso. Se è vicina o lontana. È più vicina a noi o più vicina a Dio?

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Chiedo a R. che lavoro facesse prima di andare in pensione. Voglio capire se ancora ricorda qualcosa della sua vita. Ma lei lo chiede a me.

-Che cosa facevo?

– Non lo so, R. Vorrei che fossi tu a dirmelo.

-Dirti cosa?

-Che lavoro facevi.

-Che lavoro facevo?

-Dimmelo tu.

-Ma io non lo so.

-Ti aiuto. Ti faccio delle domande e tu mi dici sì oppure no. Proviamo. Facevi la contadina?

-No.

-Facevi l’operaia?

-No.

-Facevi l’avvocato?

-No.

-Facevi l’impiegata?

-No.

-Avevi un bar ristorante?

-Sì, ero piena di speranze.

-Ascolta bene. Ti ho chiesto se avevi un ristorante.

-Tu vai al ristorante, ma è brutto non avere più speranze.

-Sì, è proprio brutto; lo vedo bene. Sei senza speranze, mia cara R.

-Tutto perché non mi hanno lasciato morire prima. Dio non è giusto. Mi tocca stare a letto, coricata tutto il giorno. Vuoi ammazzarmi per favore?

-Ma cosa mi chiedi?

-Viva o morta è la stessa cosa, no? Della mia vita non me ne faccio niente.

-Ma il fatto è che non hai nessuna malattia, sei solo vecchia. Ti stai spegnendo come una candela.

-Chi ha preso questa candela? Non c’è la luce?

-Ti stavo dicendo che… lasciamo perdere. No, non c’è nessuna candela, qui.

-Le candele le usavo quando ero giovane. Adesso sono vecchia e non ho più voglia di vivere.

-Sia fatta la volontà di Dio!

-Chissà che razza di volontà che ha, per me, adesso che sono qui nel letto.

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