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Archive for the ‘Langhe’ Category

Autunno di novembre
la terra respira nebbia
dal cielo una piccola pioggia
che sembra rugiada.
Tutto è fradicio e molle d’acqua
e il fango è sottile, vischioso,
come ghiaccio appena ghiacciato.
Dai rami pendono grandi gocce luccicanti
che riverberano il cosmo intero
e la rovina delle foglie è una dolce benedizione.
Che tempaccio direbbe qualcuno
ma io mi tuffo come dentro un mare.
Smanio di gettarmi in questa guazza,
con un paio di gambali e una vecchia giacca,
senza cappello, e le gocciole
come collanine di perle ai capelli.
Le grandi ragnatele
nascoste fra erba e erba
ora finalmente appaiono, svelate,
anch’esse inanellate di cristalli fluorescenti.
Il ragno riposa in una piccola crepa asciutta
sotto il fogliame secco della cicoria.
Per il resto, è un tripudio
di tutti i verdi colori del mondo.
E, incredibilmente, tra la nebbia
e la pioggia persiste
il giallo e il rosso delle vigne,
solo un poco più opaco.

Vieni, vieni, mi chiama
la campagna.
Vieni, torna a casa.
Rifugiati qui e vedi
nel trascorrere delle ore
come cambia il livido colore
delle mie nebbie.
Quando torni? Quando vieni?
C’è tutta quest’acqua che ti aspetta
e tutte le piante grandi e piccole
e le erbe e i cespugli grondanti.
Vieni.
Affogati qui dentro.

Affogati.

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Di Beppe Fenoglio mi sono regalata la prima edizione de “Un giorno di fuoco”, uscito da Garzanti nell’aprile 1963, poco dopo la sua morte, avvenuta il 18 febbraio. Vi è contenuto il racconto lungo – un romanzo – “Una questione privata”, che chiude la raccolta. Ogni volta che lo leggo, apprendo nuovi significati e sfumature e commozioni. Fenoglio, raccontando la vicenda di Milton, e di Fulvia, traduce per la mia anima il senso eterno dell’amore e della pazzia umana.
Qui, nelle mie mani, questo libro mi parla.
Fenoglio non ha potuto stringerlo. Lo stringo io adesso anche per lui.

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La copertina dell'edizione del 1968

La copertina dell’edizione del 1968

Per onorare Beppe Fenoglio a cinquanta anni dalla morte, voglio rileggere tutte le sue opere. Comincio con Il partigiano Johnny, forse l’opera sua più famosa, che ha ci lasciato incompiuta e che è stata al centro di numerose e importanti discussioni filologiche. Potevo seguire un altro criterio, cioè leggere prima tutto ciò che Fenoglio aveva pubblicato in vita e poi dedicarmi ai libri editi dopo la sua morte. Ma ho l’impressione che non mi serva un criterio per leggere Fenoglio, lo leggo e basta. In casa ho una vecchia copia de Il partigiano Johnny, e comincio da qui. Ma dovrò cercare un’edizione più recente, perché questa in mio possesso credo sia ancora basata sull’edizione del 1968 di Lorenzo Mondo, il primo curatore dell’opera. Partendo da due differenti stesure, e mescolandole, Mondo cercò di dare alle stampe un romanzo che avesse una sua coerenza e che si presentasse al pubblico dei lettori come opera compiuta. Dopo anni di discussioni filologiche, si arrivò nel 1992 con l’edizione di Dante Isella (riveduta nel 2001) al libro che possiamo leggere oggi nella collana ET Einaudi, che ha in copertina un fotogramma che ritrae Stefano Dionisi, il protagonista Johnny nel film del 2000 di Guido Chiesa.
Resta aperta una grande questione: quando fu scritto Il partigiano Johnny? Tra il 1946 e il 1949 (come sostiene Maria Corti) oppure dieci anni più tardi?

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Mi inoltro nella campagna dopo il crepuscolo, allontanandomi il più possibile dalle luci. Mi fermo più in là, oltre la piccola valle, dove c’è una radura erbosa tra le vigne. Mi stendo schiena a terra e aspetto la notte. Il buio cala lentamente, c’è ancora un po’ di colore arancione laggiù sulla linea frastagliata dell’orizzonte. La grande quercia ospita decine di uccelli che dormono con il capino sotto l’ala. I piccoli chirotteri volano radenti la quercia, i filari, i noccioli. Un rumore di sterpi calpestati, di nocciole che cadono a terra, di erba smossa inquieta il mio cuore disabituato al grande nero. Finalmente siamo avvolti dal buio, gli uccelli, gli alberi, io, la campagna. Sono convinta di vedere la Via Lattea, davvero, come quando ero bambina e la vedevo dal cortile di casa, senza sforzi di immaginazione. Cominciano a cadere le stelle. Dapprima alcune piccole, poi una enorme, che lascia una lunga scia bianca di fumo, doppia e frastagliata. E poi ancora altre, piccole.

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