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Archive for the ‘Scrittura’ Category

Martedì 29 maggio alle 21 sarò presente insieme a (spero) molt* amic* presso L’Altramartedì del circolo Maurice per la presentazione del mio romanzo LOVEBOY LOVEJOY. Via Stampatori 10, Torino. Vi aspetto, per parlare di amore, giovinezza, ragazzi e ragazze GLBTQ…

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Ecco come mi sento, oggi.  Scimmia tra le scimmie.

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Domenica sera sono stata al teatro Astra dove Elio Germano ha letto brani dal capolavoro di Louis-Ferdinand Céline accompagnato dalla violoncellista Martina Bertoni e dal chitarrista Theo Teardo. Troppa musica e poche letture, cinquanta minuti in tutto di spettacolo. Alla fine, mi veniva solo da chiedere “di più, di più, di più!”. Insomma, mi aspettavo di più, volevo di più, bramavo di più.

Non importa, vado a rileggermi il libro.

Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza.

Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato.

È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai.

E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.

È dall’altra parte della vita.

 

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Forse leggere tanti libri di Italo Calvino quest’estate non mi sta facendo granché bene. Certo, una scrittrice italiana deve aver letto tutto Calvino (o quasi tutto) altrimenti che scrittrice è? Così pensavo ed è arrivato agosto e sono ancora qui che annaspo.

La mia amica mi aveva ben detto di dedicarmi a Uomini che odiano le donne, etc. Ma io, testarda, mi son messa a leggere tutto I.C.

Non ce la faccio più. Pietà.

E dire che ci avevo già provato, un po’ di anni fa. Avevo smesso per la disperazione. Certo, I sentieri e tutti gli altri che sono venuti dopo e soprattutto quel capolavoro assoluto che è il Cavaliere Inesistente. Ma adesso “Se una notte d’inverno un viaggiatore” mi fa venir voglia di tagliarmi le vene… esagero? Son io che non capisco?

Mi dico: è bravissimo e possiede una tecnica mostruosa. Ma è anche così pesante!

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Libro, è venuta sera, mi sono messa a scrivere più svelta,dal fiume non viene altro che il rombo lassù della cascata, alla finestra volano muti i pipistrelli, abbaia qualche cane, qualche voce risuona dai fienili. Forse non è stata scelta male questa mia penitenza, dalla madre badessa: ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a correre sul foglio come da sola, e io a correrle dietro. È verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui chiusa a scontare.
Poi basta il tonfo d’un topo (il solaio del convento ne è pieno), un buffo di vento improvviso che fa sbattere l’impannata (proclive sempre a distrarmi, m’affretto ad andarla a riaprire), basta la fine d’un episodio di questa storia e l’inizio d’un altro o soltanto l’andare a capo d’una riga ed ecco che la penna è ritornata pesante come una trave e la corsa verso la verità s’è fatta incerta.
Ora devo rappresentare le terre attraversate da Agilulfo e dal suo scudiero nel loro viaggio: tutto qui su questa pagina bisogna farci stare, la strada maestra polverosa, il fiume, il ponte, ecco Agilulfo che passa sul suo cavallo dallo zoccolo leggero, toc-toc-toc, pesa poco quel cavaliere senza corpo…

Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, cap. XIII

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A ognuna è data la sua penitenza, qui in convento, il suo modo di guadagnarsi la salvezza eterna. A me è toccata questa di scriver storie: è dura, è dura. Fuori è assolata estate, dalla valle giunge un vociare e un muover d’acqua, la mia cella è in alto e dalla finestretta vedo un’ansa del fiume, giovani villani spogliati che fanno il bagno, e più in là, dietro un ciuffo di salici, ragazze, che anch’esse tolte le vesti scendono a bagnarsi. Uno, nuotando sott’acqua ora è sbucato a vederle ed esse se lo indicano con gridi. Potrei esserci anch’io, e in bella comitiva, con giovani miei pari, e fantesche e famigli. Ma la nostra santa vocazione vuole che si anteponga alle caduche gioie del mondo qualcosa che poi resta. Che resta… se poi anche questo libro, e tutti i nostri atti di pietà, compiuti con cuori di cenere, non sono già cenere anch’essi… più cenere degli atti sensuali là nel fiume, che trepidano di vita e si propagano come cerchi nell’acqua… Ci si mette a scrivere di lena, ma c’è un’ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto. Forse è meglio così: forse quando scrivevi con gioia non era miracolo né grazia: era peccato, idolatria, superbia. Ne sono fuori, allora? No, scrivendo non mi sono cambiata in bene: ho solo consumato un po’ d’ansiosa incosciente giovinezza. Che mi varranno queste pagine scontente? Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali. Che ci si salvi l’anima scrivendo non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa.

Allora, volete che vada dalla madre badessa a supplicarla che mi cambi d’opera, che mi mandi a tirare l’acqua dal pozzo, a filar canapa, a sgranare ceci? Non serve. Continuerò secondo il mio dovere di monaca scrivana, meglio che posso.

Ora mi tocca di raccontare il banchetto dei paladini.

Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, cap. VII.

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