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Archive for the ‘Vecchiaia’ Category

No, R. non è morta. Bene. I cento anni si avvicinano di un giorno in più. Un giorno alla volta.

-Come ti senti oggi? Un po’ meglio?

-Mah…

-Come stai?

-Sto a letto.

Anche se è senza voce, anche se ancora ha la tosse, anche se persiste qualche linea di febbre, non perde la voglia di fare la simpatica.

-Vedo che sei a letto. Ma come ti senti?

R. bisbiglia qualcosa che non capisco. Mi avvicino. La laringite l’ha privata di quel filo di voce che ancora possedeva.

-Sono stanca.

-Hai avuto la febbre, ti stanno dando l’antibiotico, ti fanno le flebo, certo che sei stanca.

-E allora adesso mi porti al camposanto?

-No. Non posso portarti viva al camposanto. Prima devi morire. La successione è questa, non c’è niente da fare. Tu muori, dopodichè ti portiamo al camposanto.

-E quando muoio?

-Non lo so; siamo tutti nelle mani di Dio.

Dopo queste mie ultime parole, R. cerca di farsi il segno della croce. Ma non riesce ad alzare il braccio. L’aiuto a completarlo. La sento bisbigliare: -E liberaci dal male.

Ha gli occhi chiusi. La lascio riposare.

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Domenica sera sono arrivata in Istituto e ho trovato R. sulla sua sedia a rotelle, in sala da pranzo, completamente riversa all’indietro. Mi sono preoccupata. La signora Franca, che stava tenendo compagnia alla madre, mi ha confermato che qualcosa non andava. Ho chiamato Piero, l’operatore, e gli ho chiesto per favore di misurarle la febbre e di metterla a letto. Aveva 38, sotto l’ascella. Non parlava. Tossiva. Una tosse terribile. In poche ore R. è precipitata in un disastro fisico. Mi hanno confermato che fino alla mattina stava bene. Infatti l’avevano alzata dal letto e sistemata insieme agli altri in sala da pranzo.

Non ha voce, non capisco quello che bisbiglia. Mi avvicino con l’orecchio alla sua bocca. Continuo a non capire. Ha difficoltà a respirare. Arriva l’infermiera e decide di darle l’ossigeno. E cercano di tirarle via il catarro con l’aspiratore perché non ha la forza di espettorare. Il catarro la stava per soffocare. Ma da dove è arrivato, così, d’improvviso? Mah. Misteri della vecchiaia. Le chiedo se ha mal di gola. Mi dice di no. Ma non riesce a ingerire. Le preparano il braccio per la flebo. Sta veramente male. Come se avesse un lago di muco nei polmoni e il fiato per uscire di lì facesse le bolle. Mi sembra una pentola d’acqua che gorgoglia piano piano. Una cosa impressionante.

Penso: adesso muore. Ci impiegherà forse tutta la notte, ma muore.

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Negli ultimi tempi R. spesso viene tenuta a letto. Un giorno è per via della peretta, un giorno perché è molto stanca, un giorno perché le hanno fatto la doccia. Io la sollevo e le accomodo i cuscini sotto la testa.

-Che bello! Hai persino il letto elettrico! – le dico.

-Che bello?! Fanno di tutto per farmi morire più tardi che possono – mi risponde.

-Hai dormito stanotte? – le chiedo.

-E che ne so.

-Forza, dimmi qualcosa di bello.

-Il bello è morire.

-Magari sono io che non voglio lasciarti morire in pace.

-Sì, sì. Sei tu che non mi lasci morire.

-Ma la vita è bella.

-È bella per chi recita. Io non capisco perché non mi lasciano morire.

Poi chiude gli occhi e dorme mezz’ora.

La guardo. Non posso dire che sembra una bambina; no, non sembra una bambina. Ma non sembra nemmeno una vecchia che dorme. È in uno stadio della vita in cui quasi non si è nemmeno più umani. Novantanove anni e qualche mese. È entrata in un’altra dimensione. E io la guardo. Voglio capire dov’è adesso. Se è vicina o lontana. È più vicina a noi o più vicina a Dio?

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Chiedo a R. che lavoro facesse prima di andare in pensione. Voglio capire se ancora ricorda qualcosa della sua vita. Ma lei lo chiede a me.

-Che cosa facevo?

– Non lo so, R. Vorrei che fossi tu a dirmelo.

-Dirti cosa?

-Che lavoro facevi.

-Che lavoro facevo?

-Dimmelo tu.

-Ma io non lo so.

-Ti aiuto. Ti faccio delle domande e tu mi dici sì oppure no. Proviamo. Facevi la contadina?

-No.

-Facevi l’operaia?

-No.

-Facevi l’avvocato?

-No.

-Facevi l’impiegata?

-No.

-Avevi un bar ristorante?

-Sì, ero piena di speranze.

-Ascolta bene. Ti ho chiesto se avevi un ristorante.

-Tu vai al ristorante, ma è brutto non avere più speranze.

-Sì, è proprio brutto; lo vedo bene. Sei senza speranze, mia cara R.

-Tutto perché non mi hanno lasciato morire prima. Dio non è giusto. Mi tocca stare a letto, coricata tutto il giorno. Vuoi ammazzarmi per favore?

-Ma cosa mi chiedi?

-Viva o morta è la stessa cosa, no? Della mia vita non me ne faccio niente.

-Ma il fatto è che non hai nessuna malattia, sei solo vecchia. Ti stai spegnendo come una candela.

-Chi ha preso questa candela? Non c’è la luce?

-Ti stavo dicendo che… lasciamo perdere. No, non c’è nessuna candela, qui.

-Le candele le usavo quando ero giovane. Adesso sono vecchia e non ho più voglia di vivere.

-Sia fatta la volontà di Dio!

-Chissà che razza di volontà che ha, per me, adesso che sono qui nel letto.

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R. mi conosce bene, sa chi sono, ma a volte non riesce a pescare il mio nome nel marasma di facce, nomi, ricordi che ha nella memoria. Quindi può succedere che mi chieda con aria interrogativa:

– Ma tu sei Marisa?

– Sì, io sono Marisa.

– Certo che sei Marisa, lo so benissimo.

– Meno male. Per un momento ho pensato che non ricordavi chi sono.

– Figurati se non mi ricordo chi sei. 

– Bene. Sono più tranquilla.

– Puoi stare tranquilla. Di te non mi dimentico. Ma ho dimenticato quasi tutto il resto.

– Che cosa?

– Tutto, tutto.

– Tutto cosa?

– Cosa?

– Ti ho chiesto di cosa ti sei scordata.

– Mi sono dimenticata. Non lo so più.

– Ma tu sai chi sono io, no?

– Certo che lo so.

– Come mi chiamo?

– Ma te l’ho già detto.

– Come?

– Che cosa?

– Il mio nome.

– Tu sei Stefania.

– Ah! E chi è questa Stefania?

– Non lo so.

– Ma hai detto adesso che sono Stefania.

– Non mi ricordo.

– Di cosa ti ricordi?

– Di niente.

– Ci pensi mai a tuo marito?

– Ho il marito?

– Pasquale.

– Ah sì! Pasquale. Ma è tanto che non lo vedo.

– È morto da vent’anni.

– Sono già passati vent’anni? Non ci credo.

– Eh sì! Il tempo passa.

– L’unica cosa che avrebbero dovuto fare è lasciarmi morire all’inizio.

– All’inizio di cosa?

– All’inizio di tutto. Morire all’inizio.

– E la tua vita? Chi la viveva?

– Perché, cosa ho vissuto? La vita?

– La tua vita.

– Ma non mi ricordo se sono viva o morta, adesso. Sono ancora viva?

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Pietro è un uomo sui 40 anni, basso, tarchiato, un po’ sovrappeso, con gli occhi buoni, sempre sorridente. Ha entrambi i genitori in Istituto e li viene a trovare tutti i giorni. Arriva verso le cinque del pomeriggio, saluta, manovra le due carrozzelle in modo esperto verso l’ascensore e li porta di sotto, al piano terreno, dove c’è il bar. Fa un paio di partite a carte col padre, a scopa, e la madre li guarda giocare. Verso le 18 e trenta li riporta al secondo piano per la cena.

Il padre di Pietro è un uomo antipatico. Probabilmente la sua menomazione fisica (sembra vittima di un ictus: non può deambulare, non riesce a parlare, ha movimenti scomposti) lo ha incarognito, come spesso succede. Perché i casi sono due: o ci si rassegna oppure ci si incazza. Il padre di Pietro, che già non doveva avere un bel carattere, si è incazzato. Fa il prepotente con la moglie, col figlio e anche col personale. In Istituto non è molto amato. Però c’è quel figlio devoto che lo va a trovare tutti i giorni, e quella moglie con lo sguardo dolce che non apre mai bocca. Così Giuseppe non è più quel signore aggressivo che con la malattia si è incattivito, ma è semplicemente il padre di Pietro.

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Oggi pomeriggio in Istituto regnava l’agitazione. Tutti erano in subbuglio: Maria gridava, Giulia gridava, Bianca gridava. Devo guardare sul calendario; forse è cambiata la luna e la sua azione sta influenzando fortemente le ospiti e gli ospiti. Per R. continua il periodo di stordimento totale.

 -Come stai?

-Abbastanza bene.

-Sono contenta.

-Si tira avanti; si aspetta.

-Cosa aspetti?

-Non lo so. Aspetto. Arrivano, partono. Non si capisce mica.

-Ci sono i parenti che vengono a trovare gli ospiti.

-I parenti. I miei parenti? Io non so nemmeno se ne ho ancora, di parenti.

-Ci sono io, no?

-Tu. Ti do un bacio, vieni.

-Grazie. Anch’io ti do un bacio. Ecco.

-Cosa facciamo adesso?

-Mangi e poi ti mettono a letto.

-Ho il letto?

-Sì, in camera ci sono due letti, uno per te e uno per Giulia.

-Giulia?

-Ma R., sono due anni che dormi con Giulia. Eccola qui! È con la figlia.

-Ma adesso andiamo a dormire?

-No, dopo aver cenato.

-Ma dormiamo tutti insieme? Anche loro dormono con noi?

-No, io e la figlia di Giulia andiamo a casa e voi due ve ne state tranquille nella vostra stanza.

-Ah! Meno male!

-Non possiamo dormire qui. Alle sette ci buttano fuori.

-E chi è il padrone qui?

-Il padrone?

-Sì; chi comanda, qui?

-Il direttore amministrativo, il direttore sanitario, le segretarie, le infermiere, i medici e le operatrici.

-Comandano tutti?

-C’è una gerarchia.

-Non si capisce niente.

-Non preoccuparti, non devi capire. Loro sanno cosa fare.

-Ah! Loro. Ma non avevamo comprato tutto noi, qui?

-No. Come si fa a comprare tutto? È molto grande, questo posto.

-Eppure io mi ricordo che noi avevamo comprato tutto, qui. Era tutto nostro.

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Oggi proprio non ci siamo. R. è fuori, completamente fuori. Parla e biascica le parole e non si capisce un tubo di quello che dice. Mi sembra la signora Lucia. Cerca di soffiarsi il naso ma col fazzoletto arriva a un centimetro dal naso e non riesce a toccarlo. Le mani tremano moltissimo. Se le chiedo come sta, mi risponde che non c’è male, sta abbastanza bene, ma a pranzo le hanno dato solo patate.

-Patate?

-Sì, patate.

-E poi? Una fetta di carne?

-Be’, quella c’è sempre.

-E frutta?

-Sì anche frutta.

-Allora si sta bene, qui.

-Sì, non c’è male. C’è sempre qualche giovane che saluta.

-E hai fatto amicizia con qualche signora?

-Qualche signora della mia età, ma loro escono.

-E tu?

-Io sono sempre sulla poltrona.

-Ah.

-Comunque bisogna accontentarsi. Eh sì. Quella signora per esempio è diventata bianca, io no.

-Ah sì?

-Ma è tanto tempo che non la vedo.

-Capito.

-Poi c’è Giulia, ma lei è molto più giovane, gioca alle carte.

-Giulia ha la tua età.

-Ah sì? Non lo sapevo.

-Sì.

-Ma c’è l’aria di primavera. Laggiù ci sono dei fiori.

-No, sono gli addobbi per il carnevale.

-Eh carnevale è finito. Una volta c’era carnevale. Che cosa stavo dicendo? Non mi ricordo più…

-Dicevi del carnevale. Vuoi mangiare una frappa?

-No, la pappa no, forse delle patate.

-Solo patate?

-Mi danno solo patate, pranzo e cena. Ma loro sono più giovani.

-E tu?

-Boh! Non mi ricordo.

-Hai fatto il compleanno, sai?

-Così mi hanno detto. Io non lo so.

-Vuoi il caffè?

-No, caffè no.

-Ok.

-C’è del caffè?

-Sì. Lo vuoi?

-No, no. Chiedevo soltanto. Poco zucchero, non mi piacciono le cose dolci.

-Allora niente frappe?

-Frappe? Che cosa sono?

-Le bugie, le chiacchiere, le gale, i dolci di carnevale.

-È carnevale?

-Sì.

-Non me ne ero nemmeno accorta.

-C’è qualcosa di cui ti accorgi?

-Mi accorgo; certo che mi sono accorta. Tutto quello che succede.

-Che succede?

-Niente, che cosa vuoi che succeda?

-Be’ pensavo che forse qualcosa da raccontarmi ce l’avevi, no?

-Un bel racconto.

-Sì, racconta.

-Che cosa vuoi che racconti?

-Qualsiasi cosa.

-Cosa?

-Una cosa qualunque.

-Mi sono dimenticata.

-Di che cosa?

-Non so più.

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Oggi abbiamo festeggiato il compleanno di R. assieme a 4 altri ospiti. Li hanno sistemati sulle loro sedie a rotelle nella sala da pranzo, vicini, vestiti con gli abiti migliori. La torta che il cuoco dell’Istituto ha preparato passava da uno all’altro per le fotografie, la canzoncina “Buon Compleanno a te”, i baci e gli applausi. A ogni passaggio gli operatori cambiavano le candeline, le accendevano e cercavano di farle spegnere dall’ospite. Quando è arrivato il turno di R. hanno sistemato due candeline col numero 9 e io mi sono messa con la testa accanto alla sua e ho soffiato per lei. Nessuno degli ospiti è riuscito a soffiare abbastanza forte per spegnere le candeline. Ce l’hanno messa tutta, ma non c’è stato niente da fare. Poi gli operatori hanno tagliato la grande torta, un tiramisù, e hanno distribuito a tutti, ospiti e parenti e amici degli ospiti presenti per la festa, una porzione di quel dolce su cui i vecchietti avevano soffiato e soffiato senza risultati. Io, che sono schizzinosa, ho fatto finta di mangiarne un po’ e poi l’ho gettato via. Sono esagerata?

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Ci sono vecchie e vecchi, qui in Istituto, che nessuno viene mai a trovare.  Prendiamo la signora Lucia, per esempio. In questi due anni mai che abbia visto qualcuno accanto a lei che non fosse un operatore oppure il visitatore di un altro ospite. Magari qualcuno è venuto, ma io quel giorno non c’ero. 

Lucia parla in continuazione da sola. Peccato che non si capisca una sola parola di quello che le esce di bocca. E’ un flusso continuo di sillabe inintelligibili, un magma indistinto di vocali e consonanti, una giaculatoria incomprensibile. Mi guarda seria con i suoi occhi azzurri, interlocutoria, e io non so che risponderle. Due denti le ballano in bocca, muove la testa, mi fa dei cenni, corruga la fronte e parla, parla, parla.

Ho imparato a discorrere con Lucia senza preoccuparmi di quello che dice. Le parlo del tempo, le chiedo della salute, le porto qualche notizia da fuori. Ma non posso fermarmi molto con lei, perché R. non vuole che perda tempo con gli altri ospiti. Io sono venuta a trovare lei, no?

E così Lucia continua a parlare da sola. Piega per bene il suo bavaglino, dieci volte di seguito; allunga la mano e afferra qualcosa che solo lei vede e poi si lecca tutte le dita, meticolosamente, una per una; si attacca al vassoio della carrozzella e si dondola. E non smette di parlare.

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